Non è tanto l’odore del cloro o la piscina con le sue corsie pre-distanziate da galleggianti di vario colore e piene, qua e là, di aitanti ragazzi e belle ragazze, a piacermi così tanto di questo lavoro.

In questi miei 13 anni a bordo vasca, prima come giornalista e successivamente come assistente di un fotografo, mi sono lasciata attrarre come una calamita da questo mondo per tante cose.

Troppe, se penso di doverle raccontare o descrivere.

C’è il caldo asfissiante che ti avvolge appena entri in piscina.

E tu, con uno zaino carico di attrezzatura sulle spalle, ancora con la giacca, con il cordino dell’accredito che ti si impiglia nei capelli, che nel frattempo decidono di arrendersi alla persistente umidità.

Mentre gli occhiali iniziano ad appannarsi per lo sbalzo termico  e cominci a sudare in posti che neanche pensavi di avere, ti auguri di arrivare subito in sala stampa e di non incontrare nessuno, perchè presentarsi così  vorrebbe dire giocarsi un pezzetto di professionalità.

 

Ma puntualmente te li trovi davanti quelli che non vorresti incontrare quando i capelli sono stecchi informi di saggina e gli occhiali pezzi di vetro trasudanti.

Tutto questo ovviamente non capita quando il campo gara è all’aperto; però di solito questo succede in posti in cui già al mattino alle 8 ci sono quei 30 gradi sopportabilissimi solo se sei in costume.

È anche il rumore dell’acqua, nelle virate e nelle bracciate continue dei nuotatori, che nonostante sia sempre uguale, quasi quanto una cantilena ripetuta, ha lo straordinario potere di rendere meno stressante un lavoro che alle volte cede al classico perentorio “Dobbiamo pubblicare subito queste foto!“.

 

E quindi tu devi correre alla tua postazione, prendere la scheda, selezionare la foto migliore, lavorarla, scrivere la didascalia e “metterla fuori”. Il tutto in pochissimi minuti.

Se però tra la vasca e la postazione incontri il “mondo” che ti saluta e ti parla allora quei minuti diventano tantissimi. Bisognerebbe girare con i paraocchi, meglio con maschere che hanno il potere di renderti invisibile.

 

E persino con delle cuffiette, perchè tra la voce dello starter, lo speaker, i fischietti dei giudici di gara e quella canzone ripetuta più e più volte per i podi, una canzone che magari non ascolteresti neanche in macchina in un viaggio di qualche ora e che invece ti ritrovi a canticchiare tra una foto e l’altra, arrivi alla sera esausta ma comunque appagata.

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E’ difficile però spiegare e raccontare il vero e unico motivo del perchè amo così tanto questo lavoro: il fattore umano.

Perchè quando arrivo in piscina, ritiro le starting list e con una penna disegno un puntino, solitamente a fianco delle corsie 4 e 5, per organizzare gli scatti che farà poi Giorgio (Scala, NdR), 9 volte su 10 mi viene in mente un volto, due occhi, una persona reale, che conosco e che ammiro.

Spariscono in una manciata di centesimi i tempi d’iscrizione e i possibili risultati.

L’ambiente piscina pullula di atleti che sono in carne e muscoli: le ossa quasi non si vedono!

Sono esseri viventi ricchi di sentimenti, vissuti, emozioni. Persone con cui non si può fare a meno di parlare.

Qualcuno è più aperto e disponibile di altri. Qualcuno ti passa lontano, con lo sguardo abbassato.

Spesso, in pre-gara, si isolano talmente tanto che sembrano vivere in una realtà parallela, fatta di musica nelle orecchie e traiettorie definite da linee rosse immaginarie.
Non parliamo del post-gara: se non è dei migliori solitamente trovi muri di mutismo e isolamento tanto insormontabili ed ermetici, costruiti in così poco tempo tanto quanto lo è quello di reazione allo starter.

E’ così comprensibile che per sola e pura empatia ci cammini lontano dei metri: le delusioni vanno decantate, un po’ come il vino!

Ecco, non è per l’odore del cloro. È per gli abbracci e gli incoraggiamenti.

Perchè si respira sempre voglia di farcela, di perseveranza e determinazione, che un po’ invidio.

Perchè le persone che incontri, sia che siano atleti, allenatori e anche genitori, ti raccontano a modo loro che cos’è lo sport in generale, e questo in particolare.

Fino adesso ve l’ho raccontato attraverso le immagini che scatta qualcun altro.

È arrivato il momento di narrarvelo, in confidenza, attraverso le mie storie.

(Foto: Laura Binda)