Lupa Lake è uno specchio d’acqua calma e piatta, sembra una grande piscina un pò verdognola, di quelle abbandonate e trascurate; la vegetazione intorno è la classica del lago, con canneti e piante basse, interrotte qua e là da alcune spiaggette attrezzate.

Nonostante alla prima vista non sembri un luogo così allegro e gioviale, è chiaro che si tratta di una destinazione gettonata; lo si intuisce dalla presenza sonnecchiante di alcuni bagnanti (è pur sempre mattina), ma anche dai gonfiabili colorati che appaiono accanto al percorso, spesso utilizzati da comitive di ragazzini festosi.

L’acqua è completamente piatta, anche ad un occhio meno esperto si intuisce che è perfetta per nuotarci in tranquillità. Le boe che delimitano il percorso delle gare si ergono ferme ed imponenti, come dei birilli su una grande pista da bowling, e non serve molto studio per capire quale sia la direzione giusta. A fine giugno, la temperatura è calda, si arriva anche a 28 gradi, più di quelli che possiamo trovare in molte piscine d’Italia. Se dovessi farmi una nuotata estiva, di quelle rinfrescanti e rigeneranti ideali per scappare dal sole cocente, credo che sceglierei uno scenario simile.

I puristi delle open water, invece, avrebbero da ridire su questo: un campo gara troppo semplice, niente onde, niente correnti, niente difficoltà da “vere” acque libere.

Solo lo scontro fisico tra chi si è allenato meglio, tra chi è più bravo ad allungare il proprio dominio in piscina e trasformarlo in gare di fondo.

Domenico Acerenza, dopo il quarto posto nella 5 km, ha detto che “combattere con loro è praticamente impossibile, hanno tutti dei personali sui 1500 sotto i 14.40”. Per loro, intendeva Wellbrock, Paltrinieri e Romanchuk, tre dei cinque migliori interpreti mondiali del mezzofondo in vasca che si sono ritrovati anche a Lupa Beach.

Strategie di gara

È una tendenza tutta maschile, questa, perché tra le donne c’è invece una netta separazione delle due carriere: nessuna delle migliori mezzofondiste della vasca si cimenta anche nelle acque libere, e viceversa. Questo fa sì che le caratteristiche dei nuotatori di testa siano molto diverse: i maschi sono quasi sempre alla ricerca della leadership del gruppo, della nuotata fuori dall’influenza degli altri, quasi come se volessero ricreare le condizioni del nuoto in corsia. Tra le donne, invece, sembra ci sia la volontà di cercare il treno giusto, mettersi nella scia della nuotatrice che sembra favorita, per fare meno fatica possibile e curare le eventuali mosse delle rivali. Giulia Gabbrielleschi, bronzo nella 5 km, ha detto che “la scelta giusta è stata mettermi in scia di Ana Marcela Cunha, sapevo che dovevo stare attenta alle sue accelerazioni e rispondere subito.

Paltrinieri, dopo la 5 km nella quale è giunto secondo, ha detto che “togliersi dalla scia di Wellbrock è complicato, ci provo in continuazione ma lui mi chiude sempre con quelle gambone fastidiose.” Forse vorrebbe fare lui la gara davanti, per dettare il ritmo e decidere autonomamente quando sferrare l’attacco per la vittoria. Così aveva fatto proprio a Budapest negli Europei del 2021, così ha fatto Wellbrock nella 5 km di questi Mondiali. Ma deve fare attenzione: Wellbrock a Tokyo ha vinto la 10 km comandando dal primo all’ultimo metro.

​Un errore di scie e treni può compromettere una gara, come successo a quattro frazioniste della 6 km a squadre, che hanno sbagliato percorso infilandosi nell’imbuto d’arrivo invece che costeggiarlo, causando la squalifica della propria rappresentativa. Un errore di direzione, in questo campo gara, è però più difficile, vista appunto la semplicità del percorso. È molto più complicato prendere il largo in solitaria, a Lupa Lake, perché chi ti insegue riesce a ricucire lo strappo se non si accorge troppo tardi di ciò che sta accadendo. Nella staffetta 6 km, Acerenza ha ripreso i fuggitivi ricompattando il gruppo durante la sua frazione; sempre nella 6 km, Wellbrock è partito poco prima dell’arrivo, sfruttando la sua poderosa gambata e lasciando i rivali un paio di metri indietro.

Il tedesco, nella 5 km, ha fatto più o meno lo stesso, non permettendo a Paltrinieri di liberarsi prima e rendendo così impossibile il sorpasso. L’arrivo femminile, invece, è stato più concitato, con Ana Marcela Cunha che ha fatto sentire tutto il suo strapotere fisico precedendo la Muller al tocco finale. La 10 km, però, è la gara Olimpica, quella che tutti vogliono vincere, in cui tutti ci tengono a ben figurare: la gara Regina delle Open Water.

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La 10 km

Pur nella follia del calendario unito tra fondo e vasca (chi ha fatto il programma completo, gareggia ormai da più di una settimana), prima della 10 km è previsto un giorno di pausa. È chiaro che serve a chi, nei primi due giorni, si è fatto sia la staffetta che la 5 km, ovvero la grande maggioranza degli atleti in gara. Un giorno che serve sia a recuperare fisicamente, sia a rilassare la mente: non è strano pensare che, nel giorno libero, ogni atleta abbia passato gran parte del suo tempo a pensare alla sua tattica di gara. Ci sarà chi ha deciso di partire forte, chi di mettersi alla scia di qualcuno in particolare, chi di seguire il proprio ritmo e portare a termine la fatica in modo dignitoso. Ci sarà chi era preoccupato per il caldo, chi per i rifornimenti e chi ancora per la frequenza del ciclo di bracciate.

Durante la 10 km, Fabrizio Antonelli, coach di Paltrinieri, ha suggerito al suo atleta di diminuire la frequenza della sua bracciata, che in quel momento era di quasi dieci cicli al minuto più intensa rispetto a Wellbrock. Guardandoli nuotare, il tedesco sembrava un pattinatore sul ghiaccio, elegante e fluido, l’italiano un corridore di campestre infangato e arrabbiato. Dietro di loro, Domenico Acerenza ha abbandonato subito la cuffia, forse per il caldo o forse, chissà, per un gesto studiato nel giorno di riposo. Non si è praticamente mai staccato dalla scia di Paltrinieri, suo compagno di allenamenti, una scelta (questa sì) che tatticamente deve essere stata studiata in anticipo.

“Ogni volta che gareggio perdo tre chili” aveva dato Paltrinieri dopo la 5 km. E allora deve aver programmato, sempre nel giorno libero, la scelta di rifornirsi due volte a giro, idratandosi di più di quanto non avesse fatto nelle altre gare, e di più di quanto non facessero gli avversari. Più di una volta, guardando la gara, l’ho visto scattare ed ho pensato ad un tentativo di fuga: era solo un avvantaggiarsi per prendere il rifornimento con un minimo di anticipo e non perdere terreno.

La vera strategia di Paltrinieri, invece, era un’altra: far sfogare Wellbrock per tutta la gara, fargli credere che stare davanti significasse essere più forte e attendere il momento giusto per piazzare lo scatto decisivo. Ed il momento giusto era sul “lato Paltrinieri”, quello che costeggia la lingua di sabbia in mezzo al lago (dove i bagnanti si guardano intorno quasi spaesati), quello che dista una sola boa dal rettilineo finale.

Ho sentito spesso un modo un pò banale di definire le gare di fondo: nuotano tutti insieme per tutta la gara e poi vince chi fa lo sprint più forte. È una visione fin troppo semplicistica, che nasconde una verità ben più complicata e sfaccettata. Intanto, di un gruppo di più di 60 nuotatori, all’eventuale sprint finale arrivano meno di dieci, a volte meno di cinque, atleti: il forcing dei migliori durante la gara è insostenibile per la grande maggioranza dei partecipanti, e siamo sempre e comunque ad un Campionato Mondiale.

Apoteosi italiana

Poi ci sono sprint e sprint: c’è quello di Wellbrock, che inizia a 10 metri dall’arrivo, e c’è quello di Paltrinieri, che parte ben prima, ad almeno 500 metri. Nella 10 km, l’italiano ha messo in pratica questa strategia, studiata durante il giorno di riposo, quando con coach Antonelli ha pensato che “Wellbrock sembra imbattibile ma è pure sempre un essere umano.” Ed il suo punto debole è proprio il forcing prolungato, lo stesso che lo ha messo in difficoltà nei 1500, lo stesso che lo ha lasciato indietro nella 10 km. Paltrinieri è partito come un treno e Domenico Acerenza ha avuto l’intelligenza, o forse la lungimiranza programmatica, di stare sui piedi del compagno di squadra, facendolo sentire “a casa” come da lui stesso affermato. Il duo italiano ha scalfito le certezze di Wellbrock, che si sentiva probabilmente forte di una gara passata al comando a che non ha saputo reagire al momento giusto al cambio di ritmo di Paltrinieri-Acerenza.

Lupa Beach si è così trasformata in una colonia estiva della riviera italiana, con il duo di nuotatori che filava dritto verso l’arco dell’arrivo ed il duo di tecnici, Antonelli-Rubaudo, a saltare ed esultare sulla spiaggia, in un tripudio di gioia ben giustificato da una doppietta storica, inedita per i Mondiali.

“Siamo migliori amici, ci alleniamo tutti i giorni insieme, non poteva esserci finale più bello.” Paltrinieri abbraccia Acerenza, i due esultano e sorridono ai fotografi, stanno vivendo un sogno.

Acerenza è alla prima medaglia Mondiale, che cambia completamente la sua dimensione agonistica. Paltrinieri è riuscito a mettere insieme la doppietta 1500+10km, per la quale nel 2020 ha cambiato tutto dal punto di vista tecnico e di vita.

A questo punto, oltre a chiederci cosa sarebbe successo a Tokyo senza la mononucleosi, la curiosità più grande è per il futuro. Con la certezza, però, che con lavoro e programmazione tutto è possibile.

Foto: Fabio Cetti | Corsia4