Appena dopo l’eliminazione subita negli ottavi di finale dei Campionati Europei di calcio, il portiere della nazionale Gianluigi Donnarumma ha chiesto scusa in diretta tv.

Non è la prima volta che capita e l’occasione è buona per riflettere su cosa sia oggi lo sport. E su cosa vogliamo che diventi.

Seguo abbastanza distrattamente il calcio, non tanto perché non ami lo sport in sé – anzi, le partite mi sembrano ultimamente molto più divertenti dei nostalgici 0-0 degli anni ’90 – ma perché intorno al gioco si è ormai sviluppato un discorso palesemente e pericolosamente tossico.

La conferma, non necessaria, ce l’abbiamo avuta dopo la sconfitta dell’Italia contro la Svizzera, alla quale sono seguiti giorni e giorni di discorsi incentrati su chi abbia più colpe di altri, senza mai apparentemente trovare una quadra. 

Personalmente, il fatto che nel calcio siamo meno forti rispetto al passato lo trovo naturale, anzi salutare, visto che per contro nel nuoto, atletica e tennis (per esempio) non siamo mai stati così forti. Grazie al cielo i bambini si appassionano anche ad altri sport, con buona pace di chi “non si gioca più per strada” (come se nel resto del mondo invece sia pieno di bambini che mettono giù le porte come negli anni ’60).

Detto ciò, siamo sicuri che chiedere scusa in diretta nazionale per una partita di calcio andata male sia necessario? Quali sono le colpe di uno sportivo che non rende secondo i suoi standard o che incappa in un periodo nero o in una serata negativa? Siamo sicuri di voler vedere un atleta che non vince l’oro Olimpico chiedere scusa agli italiani per il suo risultato negativo?

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Citius, Altius, Fortius

Nel 1900, al tempo delle prime Olimpiadi di Parigi – le seconde dell’era moderna – il barone Pierre de Coubertin era ancora vivo. <<L’importante nella vita non è il trionfo ma la lotta. L’essenziale non è aver vinto ma aver lottato bene>>. Questo è il succo del suo pensiero, sviluppato in anni di studi sulla pedagogia e sul ruolo dell’esercizio fisico nella società, grazie ai quali riuscì tra l’altro a far rinascere i Giochi Olimpici, un evento che negli anni ha riunito le Nazioni del mondo attorno allo sport. Cento anni dopo l’ultima Olimpiade di Parigi, quella del 1924, la visione dello sport nel mondo è cambiata radicalmente. Il motto che mette al centro del discorso l’attività fisica, precedentemente relegata ad un ruolo secondario nella società, è ora simbolo di qualcosa di diverso, in una tendenza che negli anni ha portato gli atleti amatoriali a diventare professionisti, gli uomini in forma a diventare superuomini e le persone felici ad ammalarsi per lo sport.

Nei primi anni del ‘900, alle Olimpiadi erano ammessi solo i dilettanti, cioè coloro i quali non percepivano compensi per le loro attività sportive. Non i boxeur, non i golfisti, nemmeno chi faceva l’istruttore di nuoto e poi si allenava: lo sport era da intendersi come attività fisica per il benessere e la salute dell’uomo, il risultato non era il fine ma solo un mezzo.

Ben presto, però, “l’importante è partecipare” è diventato uno slogan di consolazione per chi non vinceva, per chi non portava a casa la medaglia d’oro, per chi faceva un centimetro in meno o un secondo in più. La macchina dello sport ha iniziato a muovere i suoi ingranaggi e a produrre atleti sempre più prestanti.

A vincere sono stati prima quelli degli Stati più ricchi, poi le nazioni hanno intuito l’importanza dello sport come propaganda del proprio governo, poi i governi hanno impostato programmi di selezione e crescita degli atleti, e poi è arrivato il doping in tutte le sue forme. La filosofia del “non mollare mai” è stata fraintesa e ha portato gli sportivi all’autodistruzione, alla concezione della sconfitta come fallimento non solo sportivo, ma anche morale ed umano.

Il sacrificio, la rinuncia, sono diventati improvvisamente termini positivi, gli atleti esausti, svenuti, rotti dopo una gara sono diventati i modelli da seguire. Tutto è degenerato. 

Cosa vogliamo dallo sport?

Siamo quindi arrivati al punto in cui un ragazzo quasi in lacrime che chiede scusa per una partita di pallone in diretta nazionale è un esempio da seguire.

Non voglio essere frainteso, non giudico Donnarumma o il suo gesto, che viene dal cuore e sembra genuino, ma non sono contento di vivere in una società che lo reputa necessario. La valutazione sulla prestazione ci sta, e ci stanno anche le critiche al gioco, alla tattica, al risultato. Come nel nuoto ci sta giudicare un tempo più alto o degli errori tecnici. Ma chiedere la pubblica ammenda per questo no.

Provate a pensare allo scenario peggiore. Se Ceccon dovesse arrivare secondo nei 100 dorso, se Pilato dovesse mancare la finale dei 100 rana, se Paltrinieri dovesse sbagliare la 10 km, se dal nuoto Olimpico arrivassero meno medaglie di quante sperate? Gli chiediamo di presentarsi in zona mista per chiedere scusa?

See you later!

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Foto: Fabio Cetti | Corsia4