Per capire bene cosa sono i Giochi Olimpici di Sydney 2000 per il nuoto azzurro, basta rileggere tre passaggi di articoli scritti da tre grandi firme dello sport italiano in quei giorni del settembre del 2000.

Anzi, basterebbe leggere solo i nomi dei giornalisti per accorgersi che, fiutando l’unicità del momento, anche le penne più autorevoli in circolazione si sono dedicate a raccontare quelle serate australiane che poi sono passate alla storia del nuoto e dello sport italiano.

Ma dove cavolo stavano nascosti questi ragazzini sfacciati che sono venuti in Australia a vincere in tre giorni più medaglie di quante i nuotatori avessero vinto in tutti i cento anni precedenti di Olimpiadi?

Vittorio Zucconi

Guardando Fioravanti e Rummolo abbracciati sotto un tricolore, (…) mi sono venuti in mente i discorsi che facevamo in redazione quando cominciai questo lavoro. Era la fine degli anni Cinquanta e l’Italia d’allora era incommensurabilmente lontana da questa. (…) Estremizzando, sostenevamo che l’Italia sarebbe diventata un vero paese sportivo soltanto vincendo un oro olimpico nel nuoto.

Giorgio Tosatti

Cent’anni di nuoto italiano per vedere un oro olimpico. Da quel tizio che gareggiò sulla Senna nel 1900, ai Giochi di Parigi, fino a questa trionfale Sydney azzurra: l’inseguimento è stato eterno, velleitario, disperato, impossibile.

Candido Cannavò

Chi seguiva il nuoto per lavoro o passione, ma anche chi lo praticava (come me) da giovane agonista, si ricorda bene che, fino a Sydney 2000, in Italia si esultava a dismisura per una medaglia mondiale, ed un podio olimpico era visto come qualcosa di straordinario.

Ci ricordiamo ancora delle gare di Stefano Battistelli, Luca Sacchi ed Emanuele Merisi, tutti bronzi olimpici tra il 1988 ed il 1996, come di momenti da incorniciare. Ci brucia ancora il pensiero di come Giorgio Lamberti non sia, per un motivo o per l’altro, riuscito a capitalizzare la sua enorme superiorità nel palcoscenico a cinque cerchi. Ci emozioniamo se ripensiamo a Brembilla e Rosolino, giovanissimi e biondissimi, occupare le corsie centrali della finale dei 400 stile ad Atlanta ma finire ai piedi del podio.

Sydney 2000, con le sue sei medaglie, è stata una vera e propria sbronza, un’incredibile overdose di emozioni forse non totalmente inaspettate ma sicuramente non attese così, in un’ondata unica.

Che i risultati stavano in qualche modo per arrivare, ce lo dice la Gazzetta dello Sport, che alla vigilia si lancia in un’ottimistica previsione di 3 medaglie per il nuoto in vasca – Rosolino nei 200 misti, Brembilla nei 400 stile e la 4x200 maschi – più una per la pallanuoto maschile (che puntualmente non arriverà). Ma ce lo dice anche il medagliere che l’Italia conquista agli Europei del 2000, due mesi prima di Sydney.

A Helsinki, la FIN decide di schierare tutti i big al gran competo, al contrario di quanto fanno diverse altre Nazionali, più prudenti e focalizzate all’appuntamento dei Giochi. Fino a quel momento, l’Italia aveva vinto 10 ori in 23 edizioni degli Europei; in Finlandia arrivano cinque i titoli, undici medaglie su diciannove finali individuali e la vittoria della classifica a punti. Un risultato clamoroso che, come puntualmente accade nel nostro Paese, non manca di alzare polemiche soprattutto sulla preparazione.

C’è chi parla di “meglio una gallina oggi che un uovo domani”, riferendosi al fatto che sembra improbabile un prolungamento dello stato di forma dei nuotatori così lungo da arrivare alla trasferta olimpica. A calmare gli animi ci pensano il CT Alberto Castagnetti, secondo il quale “i nostri sono al 60/70 % della condizione“, e Marco Bonifazi, il medico federale, che spiega che “il nuoto è cambiato, oggi si possono avere anche 4-5 picchi di prestazione in un anno, non è più come prima, quando si impostavano cicli semestrali”.

C’è ottimismo, insomma, in una Nazionale che ha in Rosolino (oro europeo nei 200 misti e miglior tempo dell’anno) la punta di diamante, ma che in Finlandia ha ritrovato anche Brembilla (tornato vittorioso nei 400 stile dopo anni di infortuni e sfortune) e sta vedendo finalmente sbocciare il talento di Domenico Fioravanti (che a Helsinki vince i 100 ed è secondo nei 200 rana). Il tutto suggellato dall’oro nella 4x200 maschile, ritenuta la cartina tornasole dello stato di forma di una nazione acquatica.

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Con questo spirito, l’Italia vola in Australia per nuotare un’Olimpiade che, di fatto, ha cambiato la storia del nuoto italiano.

Per dare una dimensione alle imprese dei nostri, si deve dire innanzitutto che mai più l’Italia ha raggiunto una posizione così alta nel medagliere, quarto posto, né si è avvicinata al numero di medaglie totali, solo a Rio 2016 ne ha portate a casa quattro, includendo però anche l’argento di Rachele Bruni nel fondo.

Ci sono poi una serie di altri primati che descrivono l’unicità dell’evento, come le tre medaglie di Rosolino, unico italiano a riuscirci includendo un oro nell’impresa (Novella Calligaris nel 1972 vinse un argento e due bronzi), o come la doppietta di Domenico Fioravanti, primo atleta nella storia ad accoppiare 100 e 200 rana ai Giochi.

Vista a posteriori, poi, Sydney 2000 è l’Olimpiade nella quale il nuoto dà la prima sterzata di miglioramenti che è continua e si intensifica negli anni successivi grazie all’avvento, su tutti, di Michael Phelps.

Basti pensare ai 14 record del mondo battuti (incredibili Thorpe e van den Hoogenband) ed ai 38 record olimpici nuotati all’Aquatic Centre. Tra questi ultimi ci sono anche i 200 misti di Rosolino, che totalizza la seconda prestazione all-time (1’58”98) con una frazione a rana spaventosa (33”52), ed i 100 rana di Fioravanti, vinti con un tempo di soli 10 centesimi più lento del world record (1’00”46). E ancora i record europei di Rosolino nei 400 stile (3’43”40), gara che lo vede nuotare nella scia di Thorpe fino all’ultimo, e di Fioravanti nei 200 rana (2’10”87), non lontano a sua volta dal record del mondo.

E scorrendo il libro dei risultati, e della memoria, scopriamo che Sydney 2000 poteva anche andare meglio, se per esempio Emiliano Brembilla non fosse arrivato quarto, dietro a Klete Keller di un centesimo nei 400 stile, o se Alessio Boggiatto non avesse pagato inesperienza e tensione nella finale dei 400 misti, dove giunge con il primo tempo ma finisce ai piedi del podio (ripetendosi, avrebbe lottato per l’argento). Anche la 4x200 è finita al quarto posto per 21 centesimi e Lorenzo Vismara a 8 centesimi dall’argento nei 50 stile, mentre la 4x100 stile è arrivata quinta a meno di mezzo secondo dalle medaglie.

Ma inquadrare questi risultati in una visione negativa è un errore macroscopico: le prestazioni degli italiani a Sydney sono tutte di livello alto se non altissimo, e la testimonianza principale è Davide Rummolo. Giunto a Sydney con una wild card, il napoletano sfrutta al massimo il suo stato di forma e, galvanizzato dalla sfida interna con Fioravanti (è Rummolo a migliorare per primo il record italiano spingendo il compagno ad impegnarsi seriamente in una distanza che, storicamente, non ha mai amato) e porta a casa una medaglia di bronzo inaspettata e meritatissima.

Gli italiani a Sydney andavano forte, talmente tanto da scatenare nella stampa straniera sospetti per utilizzo di sostanze dopanti. Si parla di valori oltre il consentito dell’ormone della crescita, quel GH che altera fisico e muscoli e che avrebbe aiutato alcuni nella settimana olimpica. Sospetti mai confermati, lanciati soprattutto dalla stampa francese che dall’Australia è tornata a casa con una sola medaglia.

Ma gli effetti di Sydney son talmente potenti che vanno oltre al campo prettamente agonistico.

Bisogna infatti ricordare che il boom dei nuotatori nel 2000 ha rilanciato un intero settore, dato linfa vitale alle piscine italiane, spinto migliaia di bambini ad iscriversi ai corsi di nuoto per sognare di diventare come Fioravanti.

Quella spedizione ha il merito fondamentale di accendere la miccia di un movimento che ci sta dando soddisfazioni da un ventennio e che sembra avere una forza interna capace di auto alimentarsi di continuo.

Cosa saremmo stati senza Sydney 2000 non possiamo saperlo, ma quel che è certo è che da quel momento l’Italia è una certezza nel mondo delle piscine.

Foto: CONI