Ultimamente sono in fissa con Luke Combs, un cantante country che a Nashville ha un seguito enorme, da riempire gli stadi per intenderci.

Ha uno stile moderno, per quanto possa esserlo un cantante country, e mi sembra che riesca a parlare bene sia alle generazioni più old school che ai giovani, oltre ad avere ovviamente una bellissima voce. Nonostante sia giovane (33 anni), ha già un repertorio abbastanza vasto, fatto di molte ballate ma anche di brani più veloci e ritmici, ma non è per una delle sue canzoni che l’ho conosciuto.

Qualche tempo fa, facendo zapping alla radio, ho sentito distintamente le note dell’intro di “Fast Car” di Tracy Chapman, intramontabile hit degli anni ’80, e mi sono soffermato ad ascoltarla perché in fondo a tutti piace essere un po’ nostalgici, ogni tanto.

In realtà, quella che stavo ascoltando non era la canzone originale, ma la cover che Luke Combs ha cantato live a Minneapolis inclusa nel suo ultimo album e che, in qualche modo, ha fatto la traversata dell’Atlantico per arrivare fino a noi. Mi sono stupito di quanto Combs sia stato capace di reinterpretare un grande classico (anche un poco inflazionato) rimanendo molto aderente all’originale, senza stravolgere quasi nulla, aggiungendo un pizzico di sapore country e il calore della sua voce, niente più.

Il pezzo è diventato un successo planetario, nonostante la canzone non sia certo una novità, e ha prodotto in me un pensiero ed una domanda: guardare il nuoto non è un pò come ascoltare ed apprezzare delle bellissime cover?

Guardare il nuoto è come ascoltare la musica

Cantanti e nuotatori hanno uno spartito davanti da reinterpretare che in un caso ha soluzioni più varie (anche se le note sono pur sempre sette) e nell’altro è più segnato.

Spesso gli autori ricorrono a campionamenti dei grandi classici, a citazioni sul limite del plagio, a reinterpretazioni anche di sé stessi, perché in fondo quando una cosa è bella è quasi impossibile non cercare di farla un pò propria.

Nel fare un 50 stile, tutti i grandi campioni ci impiegano su per giù lo stesso numero di bracciate, da McEvoy a Manaudou, da Cielo a Popov, da Dressel a Ervin. Ognuno di loro, però, reinterpreta a modo suo un grande classico, cercando di migliorare il migliorabile e dare un tocco personale alla gara, qualcosa di riconoscibile ed inconfondibile. In Dressel è la partenza, in Manaudou la potenza, in Popov l’eleganza.

Ognuno di loro ha vinto e stupito nella stessa gara, facendo però qualcosa di diverso dagli altri.

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Lo stesso vale per le emozioni…

Seguo il nuoto da tutta la vita, anche in maniera piuttosto assidua, e posso dire di aver guardato una discreta quantità di 100 dorso, per esempio. Sono sempre due vasche da 50 metri, con una partenza ed una virata nel mezzo, due apnee ed un arrivo, però ogni volta che Thomas Ceccon si tuffa e aggancia mani e piedi per partire per me è un’emozione. Ogni bracciata, pennellata con cura dalle sue lunghe leve, è un inno alla bellezza in acqua, ed ogni smorfia a fine prestazione un tocco di colore da artista.

Così come ogni volta che vedo Sarah Sjöström fare un 50 delfino, sempre uguale, sempre con lo stesso numero di bracciate, quasi sempre con lo stesso, fenomenale, tempo mi si illumina la giornata e spero di poterlo rivedere ancora e ancora. Potrei continuare all’infinito: se guardo Mollie O’Callaghan fare un 200 stile ci vedo dentro un pò di Federica Pellegrini ma anche di Katie Ledecky, con una spruzzata di Franziska van Almsick. Sono sempre quattro vasche con un tuffo e tre virate, e la condotta si divide tra chi parte forte e muore alla fine e chi invece risale nei secondi 100 metri, però il tocco personale delle campionesse è inconfondibile.

C’è una fase che ci segna per sempre, in quanto a gusti musicali, e di solito è quella della nostra adolescenza. Per tutta la vita, infatti, torniamo ciclicamente ad ascoltare le cose che ci piacevano a 15-20 anni, sentendole nostre fin sotto la pelle, quasi nel DNA. Lo stesso vale peri i campioni dello sport: quelli della nostra infanzia ci restano nel cuore, diventano dei miti inarrivabili per questioni spesso più sentimentali che tecniche, e non ce li dimentichiamo più.

Per me non ci sarà mai un altro Noel Gallagher (nemmeno lui stesso è più quello degli anni ‘90, purtroppo), come non ci sarà nessun nuotatore che mi emozionerà come è riuscito a fare Ian Thorpe. Però se sento Ed Sheeran cantare una sua hit voce/chitarra, oggi, non posso dire che non mi piaccia, così come riconosco che David Popovici ha un certo talento nel nuotare i 200 stile.

Non è così strano, quindi, paragonare la musica al nuoto.

In entrambi i casi si tratta di artisti, chi delle note e chi del gesto sportivo, impegnati a dare il meglio di sé in una cosa che in pochi al mondo sanno fare bene e per la quale ci vuole la giusta dose di talento ed impegno.

In entrambi i casi non sempre chi è più tecnico ha successo, non sempre chi ha più forza vince, non sempre chi vince ha davvero vinto. La storia è piena di cantanti non perfettamente intonati che sono entrati nel cuore della gente, o di campioni non sempre vincenti che però hanno dato gioie ai tifosi. Perché in entrambi i casi si viene ricordati per le emozioni trasmesse, oltre che per i meriti oggettivi ed anche una cover, se tocca le corde giuste, può essere molto emozionante.

Foto: Fabio Cetti | Corsia4