Uno degli effetti collaterali della tristemente nota pandemia mondiale è stato lo slittamento dei calendari sportivi.

Saltando a piedi pari quasi tutto il 2020, lo sport ha dovuto riadagiare le proprie manifestazioni negli anni successivi, reagendo in primis allo spostamento della manifestazione più importante, i Giochi di Tokyo. Per il nuoto, lo sappiamo bene, è stato un susseguirsi di situazioni più o meno controllate e controllabili, che ci hanno portato ad avere un Mondiale imprevisto (Budapest 2022) ed uno mal collocato (Doha 2024), con in mezzo quello rischedulato di Fukuoka 2023.

Di tutti, proprio quello del prossimo febbraio è l’evento più discusso, quello di cui, stando a quanto si sente e legge in giro, in molti avrebbero fatto a meno. Nonostante World Aquatics ostenti sicurezza su numeri e appeal dell’evento, sembra proprio che la partecipazione al Mondiale 2024 vedrà quantomeno un ridimensionamento dei numeri di partecipanti e, sicuramente, una minore presenza di atleti di altissimo livello. Se la vediamo dal punto di vista della programmazione, il periodo non è certo l’ideale per prevedere un picco di forma, o anche solo per infilarci dentro un momento di scarico.

Si tratta in primo luogo di una decisione personale: alcuni atleti ed allenatori si sono da subito dichiarati contrari alla scelta e, restando fedeli ad una programmazione più classica, non hanno preso proprio in considerazione l’evento. C’è chi, come Noè Ponti, ha dichiarato di non voler partecipare in tempi non sospetti, per dedicarsi proprio in quel periodo ad un collegiale in altura, e chi, come Adam Peaty e Duncan Scott, aveva già detto in estate che non sarebbe volato a Doha, in accordo con quasi tutta la nazionale britannica, molto polemica con le scelte di Worlds Aquatics. Dalle scelte personali si passa poi a quelle di squadra, che di riflesso sono anche scelte dal taglio politico.

Erano i primi di novembre quando dal Canada arrivava la formazione per Doha, una delle prime diramate ufficialmente. Dopo tanto parlare, quindi, una prima prova tangibile del fatto di cui sopra: convocati 26 atleti, alcuni forti, ma non i big. Assenti Summer McIntosh, Maggie MacNeil, Kylie Masse, Joshua Liendo e Ilya Kharun, cioè l’ossatura centrale della nazionale canadese, che quindi salta la rassegna iridata per puntare diritto ai Giochi di Parigi, nei quali da questa generazione di talenti ci si aspetta un’ulteriore prova di quanto di buono fatto nel recente passato.

Pochi giorni dopo è arrivata la lista dalla Germania, che comprende solo 10 atleti. Negli ultimi anni, quello tedesco non è di certo uno squadrone, e in questo caso la rinuncia non riguarda i big, che ci sono tutti, ma la partecipazione alle staffette. Secondo la Federazione è meglio concentrare forze e pensieri alle selezioni nazionali, in programma ad aprile, che varranno come qualificazione Olimpica.

La Federnuoto brasiliana, non una delle più pesanti ma neanche una “squadretta”, ha fatto una scelta quasi diametralmente opposta, convocando 13 atleti (8 donne e 5 uomini), cinque dei quali solo per disputare le staffette e tentare quindi la qualificazione Olimpica di squadra. La Svezia, altra nazionale di media dimensioni ma comunque importante, aveva già in tempi non sospetti diramato i 13 convocati, includendo Sarah Sjöström, Michelle Coleman e le sorelle Hansson, una partecipazione quindi corposa.

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Arriviamo quindi alla Nazionale più attesa, quella statunitense, dalla quale ci si aspettava (perché da loro dichiarato) una partecipazione ridotta, senza passare da trials, con un massimo di 28 atleti, 14 per sesso.

Il Team diramato poche ore fa è il più scarno della storia USA ai Mondiali e comprende solo 18 nuotatori, e solo 5 donne. Niente Mondiali per Katie Ledecky e Ryan Murphy, appena eletti nuotatori dell’anno ai Golden Goggles, né per Bobby Finke o Alex Walsh, per citare alcuni dei medagliati recenti. È chiaro che si tratta quasi di un ammutinamento, messo in atto da gran parte degli atleti che in quella fase dell’anno si concentrerà sul nuoto universitario, oltre che sul percorso che porta ai Trials Olimpici, l’evento clou del nuoto nordamericano.

A Doha, sarà dura per gli USA anche solo schierare delle staffette, soprattutto in campo femminile, e quindi sarà difficile cancellare il brutto ricordo di Fukuoka, che dopo Doha potrebbe sembrare un’edizione non così negativa. O forse, come più probabile, dalle loro parti si eviterà quasi di parlare di questi Mondiali, sminuendone l’importanza proprio per la loro scelta di partecipazione ridotta.

Cosa ci aspettiamo, quindi, dal Mondiale di Doha? Restano da scoprire ancora alcune carte, Cina, Giappone ed Australia su tutte, nazioni che avranno le loro selezioni all’incirca nel periodo in cui, in Italia, si svolgeranno gli Assoluti. Dopodiché potremo finalmente dare un giudizio definitivo su che tipo di Mondiale sarà e di conseguenza che livello ci aspetterà.

Le premesse ci dicono che, molto probabilmente, sarà un “Mondiale minore” dal punto di vista dello star power e anche della partecipazione generale, ma sarà comunque un Mondiale. Si potrà discutere all’infinito su quanto varrà una medaglia presa in un contesto così, dove magari mancheranno uno o più favoriti per gara, ma resta il fatto che per qualcuno questa potrebbe essere un’opportunità irripetibile.

Non è escluso che, proprio alla luce di ciò, qualcuno possa decidere di concentrare su Doha più energie di quanto previsto, per cogliere al volo l’occasione ghiotta di salire su un podio iridato.

Foto: Fabio Cetti | Corsia4