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Diario di bordo vasca: il buio oltre la vasca… la caduta dei giganti

Diario di bordo vasca: il buio oltre la vasca… la caduta dei giganti

Siamo abituati a vederli a bordo vasca combattivi, senza paure.

Pronti, su quel blocchetto, acclamati dalla folla, dallo speaker, con i pannelli luminosi alle spalle enfatizzare la loro grandezza. Belli e belle nei loro corpi come fossero dei o dee greche e anche su quei podi, vincenti come altrettanti semidei, degli Eracle moderni, che trionfano dopo epiche fatiche.

Più in alto sono, più lontano vanno, più la gente li acclama. Ma proprio perché più vanno in alto e più la caduta da quell’Olimpo diventa dannatamente rumorosa, assordante. Il tonfo è un’eco che viaggia in ogni dove.

Quando leggo di queste cadute mi sale una certa malinconia, perché inizio a ripercorrere tutte le tappe sportive vincenti che hanno portato il campione di turno in vetta all’Olimpo.

Come Grant Hackett.

Grant Hackett – sydney2000reunion.com

Avevo 19 anni quando l’australiano trionfava a Sydney 2000. E mi ricordo di quelle Olimpiadi come fossero ieri, sempre davanti la tv nonostante il fuso orario proibitivo.

Avevo altri “miti” in quell’epoca: ero ancora troppo giovane per apprezzare 15 minuti di un’unica gara e 1500 metri nuotati a stile libero.

Però ricordo che restai ammaliata da quel fustacchione con gli occhi grandi e il labbrone pronunciato vincere una gara nonostante fosse debilitato da un virus, tanto da averlo tenuto fuori dal quartetto della 4x200 stile libero, davanti al vero favorito su quella distanza, ovvero l’altro super campione australiano del tempo Kieren Perkins. E fu straordinariamente vincente anche ad Atene con un polmone parzialmente collassato.

The Machine è stato il suo soprannome, ma alla fine ci si accorge che Grant Hackett non ha proprio nulla della macchina, ed è anzi un essere umano come tutti. E come tutti destinato a fare errori, più o meno gravi.

Perché questi campioni sono così: invincibili in acqua, nel loro elemento, determinati, coraggiosi e potenti tanto da superare ciò che sembra impossibile. Tanto da non sentire il dolore di un polmone parzialmente collassato per quei 15 minuti di gara. E infine li trovi così fragili una volta che l’elemento acqua non rientra più nel contenitore della loro vita.

Perché è questo il problema. Quando smettono di fare quello per cui si sono sacrificati tanto, cosa succede? Chi sono? Qual è la loro vita reale e soprattutto che cosa rimane di tutto ciò di cui hanno vissuto in quei 10/15 anni di successo, riflettori, fama e notorietà?

Se molti ritardano nell’addio alle gare e nell’appendere cuffia ed occhialini un po’ è dovuto anche alla comprensibile paura di ciò che avviene o non avviene dopo.

Swimming world magazine

 

Mi immagino una scena: la piscina è gremita sugli spalti e sul bordo vasca, il rumore assordante del tifo e dello speaker, le luci, il blocchetto, la vasca che davanti a te ti sfida.

Di punto in bianco le luci si spengono, la piscina si svuota, le persone scompaiono e il silenzio avvolge tutto insieme al buio più completo. A me personalmente mette i brividi a pensarci, e sono portata a credere che li metta ad ognuno di noi. Se così non fosse, forse non abbiamo capito la vera portata della vita da atleta.

Ecco, immaginatevi questi brividi e queste paure provate da qualcuno per cui quella piscina è stata una casa per moltissimi anni.  E non degli anni qualsiasi, ma anni di gioventù, quelli che vanno dai 15 ai 25.

Anni importanti, di crescita, di apertura al mondo e alla vita. Anni in cui ti formi e in cui inizi a decidere che cosa vuoi fare da grande, quali sogni vuoi realizzare, quali obiettivi e quali sfide da vincere. Per un nuotatore, in quegli anni i sogni da realizzare, gli obiettivi e le sfide da vincere sono tutte legate al mondo della piscina, di quella vasca piena di acqua clorata con gli spalti gremiti, i tifosi, i podi, gli inni.

È come se vivessero una vita parallela alla vita reale, come due binari che corrono insieme e che però mai s’incontrano. Poi di punto in bianco uno dei binari improvvisamente finisce, mentre l’altro prosegue ma non può tornare indietro. E recuperare il passato è difficile, quasi impossibile.

La tua quotidianità cambia totalmente, e dove prima c’era un programma dettagliato con allenamenti e gare da intervallare qua e là, nei piccoli ritagli di tempo, con attività extra, ora quella parte centrale non esiste più. Trovare il “nuovo perché” che ti spinge a sfidare l’impossibile di ogni giorno.

In più ci si ritrova a fare cose che non si sono mai fatte, anche le più banali. Mi viene in mente quando una ex nuotatrice mi raccontò di come è stato per lei smettere. Una delle cose che mi è rimasta più in mente è stata la difficoltà nell’organizzarsi un viaggio da sola.  Non che non avesse mai viaggiato, ma la maggior parte dei viaggi, gare o collegiali che fossero, le venivano organizzati e gestiti da qualcun altro. Sono “coccolati” questi atleti, hanno tutto organizzato nei minimi dettagli. Ma quasi sempre organizzato da altri.

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C’è qualcuno che riesce però, nonostante l’impegno sportivo, a intraprendere un percorso di vita “vera”, magari grazie allo studio. C’è qualcuno che è anche in grado di reinventarsi, di riciclarsi, magari sempre all’interno del mondo della vasca oppure anche fuori. Ma poi ci sono quelli come Hackett che non ce la fanno.

E gli stessi che erano lì a osannarlo per quell’oro olimpico vinto da non favorito, magari non hanno esitato a puntare il dito al primo caso di abuso di alcool. Un po’ come è capitato con Michael Phelps con il caso della guida in stato di ebbrezza o dei festini.

Anche con Anthony Ervin non si è stati molto clementi, la cocaina, l’LSD e il tentativo di suicidio erano macchie troppo pesanti e quando decise di riprendere l’attività nel 2011 non credo che molti avrebbero scommesso su di lui. Ma a Rio ha vinto e di nuovo tutti si sono accorti di lui, onorati nel vedere una fenice rinascere dalle proprie ceneri.

Ian Thorpe non è stato da meno: lui stesso nella sua autobiografia ha ammesso la difficoltà di capire chi fosse e che cosa volesse dalla vita dopo il nuoto e alla fine di non esserci riuscito, tanto che ha voluto rientrare (sicuramente questioni economiche di sponsorizzazioni hanno influito non poco),  e in molti di noi non sono stati clementi con la “ciccia” e la “panza” che si portava appresso in quei mesi  di attività.

Beh, sappiate che quella ciccia e quella panza per me erano comunque sacri, anche se si nascondeva in una piccola, bellina e riservata cittadina svizzera.  Tanto che abitando a pochissimi chilometri dal confine, un bel giorno presi la macchina, e andai a Tenero.

Ero decisa a vedere il mio grande mito, a chiedergli anche un autografo. Ero certa che si stesse allenando. Parcheggio fuori dalla piscina decisa ad attenderlo. E poi inizio a pensare che se Thorpe si era rifugiato lì, in quello “sperduto” vallone svizzero era per sfuggire anche a tifose più o meno strampalate come me che magari gli potevano far ricordare ciò che era e che forse non sarebbe stato più.
Così rimetto in moto la macchina e me ne torno a casa, passando però prima a prendere delle tavolette di cioccolato: dovevo dare un senso alla trasferta oltre confine!

Certo, parliamo di casi legati a realtà come quella australiana e americana in cui questo sport ha una visibilità tale da creare pressioni indescrivibili. Ed è anche per questo che sono riconosciute figure professionali e strutture riabilitative per accompagnare questi atleti alla diversa quotidianità di una vita vera.

Anche a casa nostra inizia a farsi strada questa figura, un po’ meno degli altri Paesi, ma è pur sempre un riconoscere che c’è bisogno di qualcuno esperto che aiuti l’atleta a scoprire cosa c’è al di fuori di una piscina e che lo conduca a reinventarsi.

Perché anche la vita è fatta di sfide, di duelli, di corse contro il tempo e di noiosi “avanti e indietro”, solo che avvengono là fuori dove bisognerebbe avere il coraggio di andare.

E quando le luci si spengono, gli spalti si svuotano, l’acqua della vasca sparisce, il silenzio e il buio ti avvolgono lasciarsi guidare da una piccola luce che ti fa strada verso l’uscita potrebbe di grande conforto.

Ringrazio lo psicologo Diego Polani per il contributo tecnico

(Foto copertina: Nina Beilby – http://ninabeilby.blogspot.it)

About The Author

laurabinda

Il mio primo "bordo vasca" è stato nel dicembre 2004: europei in vasca corta a Vienna. Lì conobbi Giorgio Scala che nel 2009 divenne il "mio capo": in realtà più che datore di lavoro è stato per me un insegnante, di fotografia sportiva nello specifico. Prima di diventare una delle sue assistenti/photo editor istruite sul campo, ho lavorato "qua e là" come giornalista. Da allora ho visto decine di Campionati italiani, svariati meeting, qualche Europeo, e un paio di Mondiali. Ho conosciuto centinaia di atleti. Ho lavorato migliaia di foto e scritto ancor più "battute".

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