Quando un nuotatore si ritira, la prima cosa che viene citata sono i suoi titoli.

Quanti ori ha vinto, quanti record ha fatto, per quanti anni è stato in attività, ecc. C’è una radicata ossessione per i risultati che ci porta a pesare la carriera di un atleta unicamente in base al suo palmarès, decidendo così se sia giusto o meno ricordarlo tra i grandi del suo sport.

Ma per quanto sia inevitabile dare un occhio ai risultati, soprattutto in uno sport come il nuoto che si basa sui numeri, la grandezza di un atleta non sta solo nel palmarès e nei record. Ci sono anche altri metri di giudizio con i quali pesare il valore storico di un nuotatore, che non dipendono necessariamente da quante volte è salito sul gradino più alto del podio.

In un mondo dello sport nel quale una delle ossessioni più grandi è la “Legacy”, l’eredità sportiva e culturale che un personaggio lascia dopo il ritiro, alcune tra le storie più interessanti vengono da atleti che all’apparenza non si interessano molto di questo aspetto. Nonostante abbia vinto quasi 90 medaglie internazionali e sia passata attraverso 15 anni di nuoto con grande successo, è difficile affermare che l’impatto di Ranomi Kromowidjojo sul mondo del nuoto sia legato unicamente ai titoli vinti.

Ranomi e gli Appassionati di Nuoto

Napoli, settembre 2021. Ranomi Kromowidjojo esce dalla vasca della Scandone spingendosi sulle braccia. Si è appena tolta la cuffia, quindi i capelli bagnati le si adagiano sulla schiena; si siede sul bordo, e per un attimo la vedo di spalle, mentre abbassa la testa scuotendola, per scrollare un po’ d’acqua da occhi ed orecchie. Poi si rialza e si gira verso le gradinate sulle quali sono seduto anche io, in mezzo al pubblico venuto per vedere la International Swimming League.

In quel preciso istante succedono due cose delle quali fatico a capire l’esatto ordine cronologico. Non so se è prima Ranomi a sorridere ed alzare la mano in segno di saluto, scaturendo l’applauso dei fan, o se è il pubblico ad acclamarla e lei a ricambiare. In ogni caso, si tratta dell’ovazione più forte che io abbia sentito nei giorni della ISL a Napoli, escludendo quelle per Federica Pellegrini. Ranomi percorre l’intera lunghezza della vasca, quindi 50 metri, e il pubblico non smette di applaudirla, di chiamarla per una foto, di salutarla. Lei ricambia, sempre sorridendo, e poi svolta l’angolo corto, raggiunge i suoi compagni di squadra, riceve i “cinque” di rito e si siede. In tutto il percorso, si ferma diverse volte per riprendere fiato, spalancando la bocca alla ricerca di ossigeno, ma anche in quella smorfia di fatica non riesce a eliminare il sorriso dalle sue labbra.

La postazione del team Iron è dall’altra parte della piscina ma esattamente di fronte alla mia tribuna, e così continuo a guardarla. Si siede e per qualche secondo si chiude sotto un asciugamano. Poi lo toglie e guarda il tabellone, si rialza, si fa aiutare da una compagna a rimettere la cuffia e si avvia verso i blocchi. Come succede spesso nella ISL, le gare sono a nastro, una dopo l’altra, e le tocca una staffetta, al termine della quale, sfinita, si ferma per un’intervista con Mark Foster e poi, di nuovo, applausi e foto coi fans.

Quella tra Ranomi ed i fan di nuoto è una connessione naturale, che nasce dalla grandezza dell’atleta e dai suoi risultati, ma che è cresciuta e si è consolidata nel tempo per ciò che la donna ha dimostrato anche intorno alla piscina. Raramente nel nuoto abbiamo visto connubi cosi equilibrati tra il lato sportivo ed agonistico e quello umano, relazionale.

Ranomi Kromowidjojo ha attraversato le piscine di tutto il mondo dominando col sorriso, con un atteggiamento rilassato ma allo stesso tempo professionale, mai fuori luogo. Ha vinto molto ma ha anche perso molto, ed in entrambi i casi ha dato l’impressione di saper vivere le esperienze con il giusto equilibrio.

Il modo in cui sgrana gli occhi dopo una gara, lasciando esplodere sul suo volto il sorriso che l’ha resa famosa, è forse la sua più grande firma in un mondo, quello del nuoto, dove celare le emozioni come fatica o delusione è la regola. Con il suo atteggiamento naturale, Ranomi non ha mai nascosto che si possa avere il fiatone dopo un 100 stile, o che si possano avere i crampi al termine di una sessione di ISL. Che si possano provare emozioni umane, da vivere e condividere senza il bisogno di nascondersi. Dal punto di vista dei fan, tutto ciò è impagabile.

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Ranomi e i Risultati

Se proprio bisogna parlare di risultati, sono due le angolazioni che mi sembrano più interessanti, e la prima riguarda le staffette.

In Olanda il nuoto è uno sport molto popolare, con un settore femminile dalla grande tradizione ed un passato recente di risultati eccelsi. Quando fa il suo esordio internazionale, nel 2006, Ranomi ha 16 anni ancora da compiere e vince l’argento nella 4×100 stile agli Europei di Budapest; in squadra con lei, Inge Dekker, Chantal Groot e Marlene Veldhuis.

Da quel momento, vincerà più di quaranta medaglie internazionali solamente con le staffette, tra Europei, Mondiali e Olimpiadi. Ai Mondiali di Abu Dhabi 2021, nel suo ultimo oro internazionale in staffetta, fa team con Kira Touissant, Thom De Boer e Arno Kamminga. Per tre lustri, i Paesi Bassi sono stati guidati e trascinati dalla sua presenza in una staffetta a tal punto da far sembrare la cosa quasi normale, ed è probabile che il contraccolpo della sua assenza si farà sentire nei primi eventi che la vedranno assente.

“Prima avevamo Inge (De Bruijn, ndr), e pensavamo che non si potesse migliorare. Poi è arrivata Ranomi e ci siamo ricreduti” ha detto il presidente della Federazione Olandese dopo le Olimpiadi di Londra, e questa affermazione mi aiuta a parlare del secondo spunto.

Ranomi si affaccia al nuoto di livello pochi anni dopo la fine della carriera di De Bruijn, ed è quindi necessariamente paragonata alla campionessa che nei primi 2000 ha dominato la velocità mondiale. Ma anche in una situazione di eterno confronto che potenzialmente sarebbe potuta diventare insostenibile, Ranomi sembra aver preso solo il meglio. Come Inge De Bruijn è stata fortissima a delfino ed a stile, ma al contrario della connazionale sembra che il suo dominio sia stato dato per scontato. Nella percezione comune, le vittorie di Inge De Bruijn erano clamorose, incredibili, quelle di Ranomi Kromowidjojo normali, di routine.

Ranomi lascia un segno indelebile anche perché la sua presenza è entrata nella quotidianità del nuoto, con una costanza che solo i grandi hanno saputo avere, firmando un periodo storico da regina della velocità ma rappresentando un cambiamento rispetto al passato. La sensazione è che nemmeno le avversarie più strette siano felici del suo addio: le vittorie di Ranomi facevano felici tutti, probabilmente non davano troppo fastidio nemmeno alle avversarie battute.

Ranomi e la Legacy

“Non apprezzi mai le cose finché non le perdi”. In questa frase, attribuita a Kurt Cobain ma entrata nell’immaginario comune ben prima, è riassunta la sensazione che lascia l’annuncio di ritiro della nuotatrice olandese negli appassionati di nuoto.

Ranomi Kromowidjojo è nata il 20 agosto del 1990 a Sauwerd, in Olanda. Ha iniziato a nuotare in Spagna, durante una vacanza, quando aveva solo tre anni e non manca mai di ringraziare i genitori e la sua famiglia per il supporto che le hanno sempre dato durante la sua carriera. Ha passato momenti difficili, infortuni e malattie – nel 2010 un’infezione da meningite – ma ha saputo sempre ributtarsi nella mischia senza demordere, tornando a nuotare e ripartendo esattamente da dove aveva lasciato.

Si ritira dal nuoto agonistico poco dopo la connazionale Femke Heemskerk, con la quale ha condiviso diversi trionfi in staffetta, ma anche poco dopo Federica Pellegrini e Laszlo Cseh, altre due colonne portanti del nuoto mondiale.

Al pari di questi altri grandi nomi, Ranomi lascia nel nuoto un’impronta indelebile, forse una delle più sottovalutate nell’epoca moderna. La sua abilità nelle partenze e nelle virate, la sua capacità di ripetere gli sprint in maniera perfetta e continuativa, turno dopo turno, e la sua grande prontezza nei momenti cruciali sono le caratteristiche che le hanno permesso di dominare la velocità per tutti questi anni e di ispirare le atlete intorno a lei. Ha saputo sopperire al passaggio del tempo con un graduale adeguamento della sua nuotata, che inizialmente era leggera e man mano si è fatta più potente, mantenendo inalterati i pregi tecnici di grande presa e spinta che ha sempre avuto. Ha attraversato tre lustri di finali rimanendo sempre competitiva, in un mondo che ha nel ricambio ai vertici un fattore quasi fisiologico.

Il suo addio al nuoto era nell’aria ma sembrava non essere così imminente. Forse è stata spinta dal probabile annullamento dei Mondiali di Fukuoka, che sarebbero stati lo scenario finale perfetto per un addio in vasca, o forse ha solo sentito che era il momento giusto. Ai Mondiali di Abu Dhabi ha vinto i 50 farfalla e totalizzato ben sei medaglie, non esattamente il bottino di un’atleta sul viale del tramonto, ed anche in questo caso potremmo averla sottovalutata, e forse lo ha fatto anche lei stessa.

Infatti, nel suo messaggio sui social, scrive: “Sono molto grata di quanto ho fatto nel nuoto, ho ottenuto molto più di quanto non avrei mai sperato. Spero di poter ispirare gli altri con quel che ho fatto”.

Foto: Fabio Cetti | Corsia4

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