Le dichiarazioni di Susie O’Neill e Cate Campbell ci danno l’opportunità di riflettere su un argomento che, nel nuoto come in tutti gli sport, è cruciale per ogni atleta, cioè quello della sconfitta.

Susie O’Neill, dopo aver vinto l’oro a Sydney 2000 nei 200 stile, partiva come favorita nei 200 farfalla, la sua gara, che sarebbe anche stata l’ultima della sua carriera. Per lei, che in patria era soprannominata Madame Butterfly, la vittoria era scontata e obbligata, il miglior modo per chiudere in bellezza una carriera così gloriosa.

Ma qualcosa, quel giorno, andò storto: la sua nuotata si bloccò e la reazione che tutti si aspettavano nei confronti dell’avvio fulmineo dell’americana Misty Hyman non arrivò mai. Il suo viso, sul podio con l’argento olimpico al collo, era una maschera di gesso.

Per 19 anni, Susie O’Neill è stata tormentata dall’esito di quella gara, tanto da non essere ancora riuscita a riguardarne il video, fino a quando, qualche giorno fa, durante una trasmissione radiofonica, ha finalmente rivisto le immagini. Il tempo non ha mitigato le sue emozioni e, al momento della visione, Susie è scoppiata a piangere, arrivando addirittura a definirsi una perdente: “Se solo potessi scambiare l’oro nei 200 stile con questo, lo farei. Era la mia gara, io ero Madame Butterfly e non dovevo perderla. Non doveva finire così.”

L’accettazione della sconfitta è un tema diffuso e condiviso da molti atleti, tanto che per molti è un ostacolo difficile da digerire.

A sostegno di O’Neill è accorsa subito la connazionale Cate Campbell, che ha dichiarato di sentirsi esattamente come la ex collega quando ripensa alla finale dei 100 stile libero di Rio 2016. La maggiore delle sorelle Campbell arrivava alle Olimpiadi brasiliane come favorita e detentrice del record del mondo ed uscì dalla gara senza nemmeno una medaglia.

“Quando noi atleti falliamo, lo facciamo più pesantemente di chiunque altro e di questo la gente dovrebbe tenerne conto.”

Cate Campbell si riferisce allo stato mentale della sconfitta: “La paura di riguardarsi nella gara che abbiamo perso è più pesante che il riguardarsi in sé. Quando ho visto le immagini di Susie che piangeva mi sono immedesimata completamente in lei e nelle ferite che quella sconfitta ha lasciato.”

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Campbell parla anche di come sia importante sapere che altri provano o hanno provato le sue stesse emozioni:

Ho trovato conforto nello scoprire che una leggenda come lei, anche a distanza di 19 anni, ancora prova emozioni così forti e reali, proprio come quelle che provo io.

Stando alla velocista aussie, sapere qualcosa e crederci veramente sono due cose diverse:

Ho riguardato la mia gara e ho scritto su un foglio tutto quello che pensavo di me stessa e quello che credevo gli altri pensassero del mio fallimento. L’ho letto e riletto per realizzare, per non vivere costantemente con quella paura.

Questi pensieri si nascondono nelle menti di molti più atleti di quanti non lo diano a vedere e sono infinite le possibilità di reazione di ognuno di loro.

Federica Pellegrini ha dichiarato di non essere ossessionata dalla vittoria, ma “di odiare terribilmente la sconfitta”. Pieter van den Hoogenband ha detto di ricordarsi perfettamente ogni gara in cui ha perso, “molto di più di quelle in cui ho vinto”. Krisztina Egerszegi aveva deciso di ritirarsi dopo Roma 1994, ma ha continuato a nuotare per altri due anni perché “non potevo chiudere con una sconfitta”. Gregorio Paltrinieri si è allenato per un anno intero con il solo pensiero di battere suo papà “nella nostra sfida al mare, non potevo perdere ancora”.

Ogni campione si è trovato davanti alla sconfitta e, a volte, superarla è stata la sfida più grande della sua carriera.

Foto: Fabio Cetti | Corsia4