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LifeMasterS, introspezione post gara

LifeMasterS, introspezione post gara

Se c’erano 20 bambini, venivano disposte 19 seggiole; musica di sottofondo e tutti a scorrazzare. Quando la musica veniva interrotta tutti dovevano sospendere la danza e correre a sedersi: chi restava senza la seggiola era fuori.

Poi la musica ripartiva, e si levava un’altra sedia, stesso copione a ripetizione: vinceva il gioco colui che al termine delle esclusioni si accaparrava l’ultima sedia.

Era un gioco molto popolare quando ero piccola.

Sullo stesso principio si basa il meccanismo della staffetta australiana nel nuoto: si ripetono i 50 stile a partire da una batteria completa e si esclude ad ogni ripetizione l’ultimo che tocca la piastra.

di Elena Rigon

Per chi la disputa è una gara parecchio faticosa perchè richiede tanta capacità di gestione e di ripetere lo scatto con poco riposo.

Per chi la guarda è puro spettacolo! E poi dicono che il nuoto è uno sport che non riesce ad entusiasmare le folle.

Forse per animare un po’ la manifestazione e creare la suspense, non tanto nelle tribune ma direttamente in vasca, su questo stesso meccanismo hanno basato anche la gestione del tabellone elettronico la scorsa domenica a Spresiano: vasca ad 8 corsie, tabellone elettronico a 6 posizioni.

Quando concludi la distanza alzi gli occhi per vedere l’unica cosa che in quel momento ti interessa: il tempo con cui hai chiuso. Se hai dato il massimo non ti resta tanta lucidità per i giochi enigmistici: in alcune manifestazioni attrezzate con dispositivi all’avanguardia compaiono cognome e nome, e vai a colpo sicuro.

Io che mi chiamo con poche lettere ci sto per esteso.

Più comunemente invece si legge una sigla tipo P3 L5 che va interpretata come P: posizione 3, L: lane (corsia) 5.

Nell’istante dell’arrivo, se sei stato attento, hai una vaga cognizione di quale era la tua lane ma difficilmente conosci l’ordine di piazzamento.

Mettersi a cercare è un garbuglio, se poi le scritte scorrono è una rincorsa vana, come leggere la targa di un malvivente che scappa dopo una rapina.

Ho letto tutti i tempi, a valore crescente, senza trovare la mia lane, e ho dedotto di aver disputato un tempo maggiore dell’ultimo visualizzato, di essere rimasta senza la seggiolina alla fine della musica.

Un tempo inqualificabile, nemmeno degno di apparire sul display.

Me ne sono tornata in tribuna rassegnata, convinta di aver performato il peggior tempo di sempre, senza nemmeno riuscire a rapportare con coerenza le sensazioni provate a tanto disastro.

Ho ricevuto però una piacevole sorpresa: il mio tempo non era così pessimo, solo avevo perso l’istante in cui veniva visualizzato. Carpe diem e carpe tabellonem.

La soddisfazione, moderata per vero, è durata poco: piuttosto che peggio è meglio piuttosto, diceva mia mamma, ma è una magra consolazione.

Presto è subentrata l’analisi della prestazione nei dettagli cronometrici, considerando che su 100 metri ho percorso i primi 50 in un tempo di pochissimo inferiore ai secondi 50.

Il tuffo di partenza rende matematicamente la prima parte più veloce, si può dire che io abbia nuotato in negativo.

Il che significa due cose: la prima è che ho un livello di preparazione sufficiente ad arrivare al termine della gara senza schiattare; la seconda è che ho una fottuta paura di bruciarmi e ho fatto l’abitudine a risparmiare nella prima parte di gara. È giusto ‘cercare la nuotata’ ma dovrei riuscire a farlo nei primi metri, invece me la prendo comoda, un po’ troppo, la cerco proprio bene.

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Dovrei provare a tirare a mille la prima metà e poi quel che viene viene; ma è un istinto di sopravvivenza primordiale: se ti dicono di lanciarti a folle velocità contro un muro con l’auto, garantendoti che il muro è di gommapiuma, il piede andrà comunque a cercare il freno.

È accaduto in altre occasioni che a 15 metri dall’arrivo mi sia calato il sipario, game over proprio; memore di quelle sensazioni negative non riesco più a spingere dall’inizio.

Mentre rifletto mi accomodo in tribuna in attesa della seconda gara: è quel momento in cui ti scevri di tutti gli orpelli della vita quotidiana, sovrastrutture dell’età adulta; in quel momento non sei la pettinatura che porti, non sei l’abito che indossi, non sei la casa in cui abiti, non sei la macchina che guidi, non sei il lavoro che fai nè ciò che hai o non hai studiato, non sei la mamma di o la moglie di, sei unicamente un valore astratto: il tempo che hai disputato.

Il crono è un risultato oggettivo: non dipende dalla valutazione di un giudice, dalla simpatia di un esaminatore, dall’affiatamento tra compagni di squadra; ed è un risultato meramente individuale che ti pone allo specchio e ti fa confrontare con te stesso.

Non esiste un parametro assoluto di bene o male, una soglia di riferimento globale con cui confrontarsi.

Esiste ciò che hai fatto negli anni precedenti, lo stato di forma attuale, la tattica che hai adottato, la concentrazione che hai profuso.

È un’autovalutazione, nessuno ti loderà o ti schernirà per un secondo in più o in meno, nè per dieci secondi di differenza: si tratta di un faccia a faccia con lo specchio, davanti al giudice più severo, quello che sa veramente cosa hai combinato e non ti concede sconti.

Disputo la stessa gara che facevo quando avevo 15 o 25 o 35 anni; ma mi rendo conto che adesso la affronto in maniera più prudente, allora mi ci buttavo con incoscienza.

Il tempo è aumentato perché il corpo risponde diversamente o perché la testa è cambiata?

Mi si avvicina un signore e mi saluta, sostenendo con certezza che ci conosciamo. Lo scruto cercando qualche dettaglio nel suo viso che me lo riporti a galla nella memoria.

“Nuotavamo assieme” afferma.

Ma quando? Dove? È una vita che pratico questo sport. Mi fornisce dei riferimenti vaghi, insufficienti a delinearlo.

Non si scoraggia, continua a parlare a ruota libera fino a che, dal suo soliloquio, emergono un paio di dettagli che mi accendono la luce.

Davanti a me rivedo quel ragazzo seduto al mio stesso tavolo di esame durante la prova scritta del corso per istruttori di nuoto, risento quelle stesse parole fluttuanti, la medesima parlantina.

Pronuncio quindi il suo nome, con intonazione interrogativa.

È come quando dopo tanto tempo ti restituiscono un libro che hai prestato: te lo ricordi nuovo ed ora ha le pagine un po’ ingiallite, gli angoli smussati e la copertina sgualcita. Ma è sempre quel libro.

Così quello che io definisco signore si rivela essere un mio (quasi) coetaneo, che non vedevo dal ‘92.

E cosi anche il 100 stile: sempre 4 vasche da 25 metri, anche se non ho più lo zelo di sbranare la gara dai primi metri.

(Foto: Fabio Cetti | Corsia4)

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