Premessa: formare un’opinione univoca su questo discorso è per me complicato, al limite dell’impossibile. I ragionamenti che cercherò di sviluppare arrivano da diversi impulsi, dalle centinaia di opinioni che ho letto in questi giorni, dalla voce di qualche persona di cui mi fido di più e dal mio ragionamento personale. Non è detto che sia completamente giusto ma neanche completamente sbagliato.

Qualsiasi commento (come sempre nell’educazione) è prezioso e accettato con gratitudine.

Sto parlando ovviamente della vicenda del momento, cioè il caso Cina-Doping. Per un’analisi preliminare, oltre ai documenti che si trovano su tutte le testate mondiali, ne ho scritto qui e qui. Proviamo ad approfondire.

Guerra tra agenzie

Il sottofondo neanche tanto velato di questa vicenda è politico, e come in tutti i giochi di potere in palio c’è lo scettro di chi comanda. USADA, l’agenzia americana, è stata la più dura nei commenti alla vicenda, e ha attaccato fin da subito la CHINADA e la WADA per voce del proprio CEO Travis Tygart. Negli Stati Uniti non c’è spazio per un’opinione che non sia conto la WADA, e ne ha parlato perfino il gabinetto del Presidente Biden, impegnato nella ben più importante campagna politica che porta alle elezioni in autunno (senza entrare troppo nel merito, ricordiamoci che dall’altra parte c’è Trump). Quando tutto è così unidirezionale, è necessario e lecito farsi qualche domanda.

Lo scenario dei giochi di potere nello sport è da sempre cruciale non solo per i risultati sportivi ma soprattutto per ciò che i risultati sportivi rappresentano e per il messaggio che possono veicolare. Lo usavano gli antichi greci, lo hanno usato tutte le dittature moderne, lo usano anche gli Stati contemporanei: comandare lo sport significa controllare una bella fetta dell’opinione pubblica. Tutto ciò sta avvenendo in un mondo nel quale i russi sono al margine delle competizioni da ormai tre anni, ed hanno nei cinesi l’unica grande potenza che, da questo punto di vista, ha spesso dimostrato apertura.

Non si tratta solo di vincere medaglie e fare record, si tratta di risalire nei consensi popolari attraverso questi risultati, di affermare la propria posizione di popolo forte nel mondo. E vale per tutti gli schieramenti politici. Il doping, in quest’ottica, è un acceleratore potentissimo.

Qual’è la credibilità del sistema antidoping?

Questo è un altro punto cruciale.

Chi crede a un sistema marcio, che ha favorito la Cina insabbiando la realtà, deve considerare anche che gli atleti cinesi, così come tutti gli altri, sono testati ripetutamente durante l’anno, sia in periodi di allenamento che nelle competizioni internazionali. Sono stati così bravi da non farsi mai scoprire in altre occasioni? Oppure questa è solo la prima di molte altre vicende che verranno fuori nei prossimi periodi?

Chi invece crede che gli USA stiano semplicemente cercando di arrestare la crescita sportiva (e quindi di consensi ecc ecc) cinese, dovrebbe provare ad ammettere che le informazioni e gli scenari che arrivano da quella parte del mondo non sempre sono limpidi, e che la storia di doping sistemico applicato dalle grandi potenze non è certo una novità di oggi.

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Come sempre, in medio stat virtus. Di sicuro tutto è migliorabile, a partire dalla chiarezza con la quale si effettuano indagini ed analisi. Sono migliorabili le tecnologie, le normative e i protocolli dell’antidoping, e si tratta di un processo necessario se si vuole stare al passo coi tempi.

Il caso in questione, cioè quello della positività per contaminazione alimentare, è proprio al centro delle possibili migliorie, visto che (come dichiarato dalla WADA stessa) è abbastanza frequente e non circoscritto alla vicenda cinese. Si potrà quindi stabilire meglio quando la contaminazione alimentare è da ritenersi vera, quali saranno gli step per accertarsene e quali le modalità di pubblicazione della vicenda e dei documenti.

Sono migliorabili, però, anche le persone. Perché non esiste un sistema perfetto se poi in quel sistema (da capo a coda) ci sono persone, diciamo così, non irreprensibili.

Chi sono i colpevoli?

Per una volta, non puntiamo il dito contro nessuno: i colpevoli siamo noi.

Noi atleti che accettiamo di doparci per il risultato. Noi medici che prescriviamo il farmaco. Noi allenatori che consigliamo le scorciatoie. Noi dirigenti, che procuriamo le sostanze proibite e che ci sfreghiamo le mani solo al pensiero del risultato che verrà. Noi organizzazioni sportive che giriamo la testa dall’altra parte. Noi addetti ai lavori, media, che godiamo nel crocifiggere qualcuno per un click in più, e che a volte facciamo finta di non conoscere la realtà anche quando ce l’abbiamo davanti agli occhi.

Tutti insieme abbiamo trasformato lo sport in un luogo dove incensare un atleta che dice “Perdere non è un fallimento” salvo poi imbottirlo di qualsiasi cosa per fargli giocare 70 e più partite all’anno. Abbiamo fatto passi da gigante nella gestione delle problematiche di salute mentale senza però ragionare sulla vera causa di quelle malattie.

Forse è più salutare chiamare “fallimento sportivo” una sconfitta quando si è favoriti che frustare psicologicamente (e non solo) gli atleti per un risultato, spingerli a credere di non valere niente se non danno tutto per l’obiettivo. Che poi significa spingerli a dare tutto per i nostri obiettivi, che siano politici, economici o di semplice svago. Accettare un sistema che non premia più lo sport e la competizione, ma l’ossessione e la furbizia.

Spingerli talmente tanto da togliergli il sorriso, da concedersi totalmente, mente, corpo e futuro, per una fottuta medaglia. Senza realmente volerlo.

See you later!

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Foto: Fabio Cetti | Corsia4