Quando si parla di depressione nel mondo dello sport, o di depressione in generale, è meglio intraprendere il sentiero con cautela.

Nella #Fattidinuoto Weekly di oggi vorrei solo tracciare un piccolo percorso, fatto di alcune esperienze raccontate da atleti di diversi sport, ed ispirato da un’intervista in particolare, che abbiamo raccolto pochi giorni fa a Napoli.

Ma andiamo per ordine…

La prima cosa che, personalmente, mi ha colpito sul tema dei mental issues nello sport è stata la lettera di Kevin Love su Player’s Tribune, datata ormai 6 marzo 2018. Il giocatore NBA si racconta, spiegando il percorso che lo ha portato ad affrontare i suoi problemi mentali, un sentiero personale faticoso ma necessario che ha avuto inizio proprio con la consapevolezza di avere un problema.

Love si è trovato a dover affrontare un mondo sul quale non era per niente preparato: gli attacchi di panico, la pressione dovuta alle aspettative, le sedute terapeutiche, erano tutte cose che un atleta professionista forte e ben pagato come lui non avrebbe dovuto sperimentare stando a un certo tipo di opinione pubblica, quella del “sono dei privilegiati”, per intenderci.

Love sostiene che la cosa più difficile in questo ambito sia anche la più importante, cioè non tenersi tutto dentro, chiedere aiuto, liberare i pensieri per poi trovare il modo giusto per esorcizzarli. Un percorso per niente scontato e molto soggettivo, un percorso che richiede uno sforzo iniziale ed una costanza non banali. Un percorso che non tutti riescono a fare, non tutti fanno allo stesso modo, e non tutti portano a termine.

In questi anni, ogni atleta che ha avuto la forza di raccontarci la sua esperienza lo ha fatto da un’angolazione particolare, personale. Alcuni lo hanno fatto con gesti tanto eclatanti quanto necessari, come Naomi Osaka o Simone Biles, altri ce lo hanno indicato non esplicitamente ma con altrettanta forza (le lacrime di Novak Djokovic dopo la sconfitta agli US open non possono essere solo di delusione “sportiva”, ma nascondono probabilmente molto altro).

Tutti hanno dovuto combattere una battaglia a volte doppia: quella contro sé stessi e quella contro l’ambiente che li circonda, tanto selettivo e competitivo da diventare spesso tossico.

Se anche un atleta come Caeleb Dressel che esternamente sembra avere una tempra inossidabile, dichiara di aver sperato ogni giorno che le Olimpiadi finissero al più presto per la pressione che si sentiva addosso, allora il problema è senza dubbio più reale e grande di quando non si immagini.

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Ce lo ha detto anche Brent Hayden, il velocista canadese già campione del mondo nel 2007 e bronzo olimpico nel 2012, che è in questi giorni a Napoli per la terza stagione della ISL, dove compete con i Toronto Titans.

Il consiglio che Hayden si sente di dare a chiunque sia alle prese con problemi mentali è di parlarne. “C’erano molte cose nella mia vita personale che non andavano, ma molti dei miei problemi venivano proprio dal nuoto. Prima di Londra 2012 sentivo il peso di dover vincere una medaglia, perché alle Olimpiadi precedenti non ci ero riuscito. Poi mi sono ritirato.”

Il nuoto però lo ha anche aiutato, successivamente: “Nel 2019 sono tornato in piscina e ho riscoperto l’acqua, ho ridefinito il mio rapporto con l’elemento e sono felice di averlo fatto.”

Un viaggio che lo ha portato a Tokyo 2020, dove è arrivato quarto con la staffetta 4×100 stile, e che non è ancora da considerarsi finito: “Continuo finché mi diverto e finché il mio corpo risponde bene, ma le mie decisioni di oggi coinvolgono anche la mia famiglia oltre che me stesso. In realtà, mia moglie vuole che vada avanti fino a Parigi”.

Michael Phelps è molto attivo su questo fronte, ha prodotto un documentario – The weight of gold – tiene conferenze, fa interviste, ne scrive costantemente sui suoi social.

L’atleta olimpico più vincente della storia si è esposto come capofila di una generazione di donne e uomini che si rifiutano di vivere negli stereotipi e vogliono, raccontando le loro esperienze, spianare la strada alle generazioni future. Forse non ce ne rendiamo conto, ma quello che sta succedendo nello sport è una lotta che darà i suoi frutti in futuro, nella prevenzione e nella gestione delle problematiche mentali.

Perché la cosa più importante è appunto scoprire il velo che copre questo male, la depressione, a volte inspiegabile. Non dimenticherò mai l’ultima foto di Chester Bennington, cantante dei Linkin Park, scattata qualche ora prima di togliersi la vita. Sorridente ed apparentemente spensierato, si gode il panorama nella sua casa di Los Angeles insieme alla sua famiglia, in una situazione che, vista da fuori, sembra la definizione di serenità.

Proprio perché a volte inspiegabile, parlarne non può che aiutare ad affrontarlo. Per chiudere, cito ancora Kevin Love:

La salute mentale non riguarda solo gli atleti. Ciò che fai per vivere non ti deve necessariamente definire.

È una cosa che riguarda tutti. Non importano le circostanze, tutti ci portiamo dietro cose che fanno male e possono fare ancora più male se le teniamo dentro.

See you later!

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