​“Il mio cuore per un certo lasso di tempo decide di fermarsi, ma i medici riescono a farlo ripartire e dopo ore di buio i miei occhi rivedono la luce.

Mi sveglio, sorrido e vedo i miei genitori.

Capisco di avercela fatta.”

Questo è solo uno stralcio della bellissima lettera pubblicata sui social da Livia Fiori, diciannovenne maturanda dei Nuotatori Milanesi giovane talento del Nuoto per Salvamento.

Da qualche anno del giro della Nazionale giovanile, Livia che vanta anche un record europeo youth nei 50 manichino, ha visto la sua vita in bilico e la sua carriera finire nel giro di pochi minuti, un pomeriggio di gennaio.

Cardiomiopatia artimogena del ventricolo destro, chiamata anche malattia degli sportivi, è questa la causa del malore che ha colpito Livia, e che da allora le ha cambiato la vita.

Ciao Livia, qual’è stato il tuo primo pensiero quando ti sei risvegliata? Avevi capito quello che ti era successo?

Ciao! Non vai mai a pensare al peggio, nei mesi prima mi era già successo di svenire. Ero tranquillissima, mamma e papà erano lì. Poi mi hanno portata al Monzino, in terapia intensiva.

Papà (medico) non è riuscito a dirmi subito quello che mi era successo, l’ho chiesto ad un infermiera prima della seconda operazione e lì o capito quando fosse grave. È dopo quella che papà mi ha spiegato tutto quello che era successo.

Passato lo spavento, come è stato sapere che la tua carriera agonistica era finita?

Me lo ha detto chiaramente il medico, che con quella malattia, non potevo più fare agonismo. È stato un momento difficile, una botta pesante. Tutti i miei amici, appena risvegliata, mi scrivevano che non vedevano l’ora di rivedermi in acqua con loro. È stata una doccia fredda, ma nello stesso tempo quel giorno mi dissero che avrei dovuto fare un’altra operazione e i miei pensieri furono tutti per quello.

Hai accennato che prima di quell’episodio avevi già avuto qualche sintomo. Di che tipo?

Due settimane prima ero svenuta, e in quelle successive stavo male. Ma era già da tre anni che avevo questi problemi. Entravo in acqua e nuotando anche piano sentivo subito mancanza di ossigeno, battiti accelerati, affanno, arti pesanti. Andavo a nuotare per piacere ma stava diventando pesante. Solo nel periodo post Covid, quando ci siamo fermati per tre mesi, allora alla ripresa stavo meglio ma semplicemente perché ero a riposo da tempo. I medici mi dicevano che era solo stress e attacchi di panico.

Ecco il nuoto. Quanto pensi che l’essere nuotatrice e sportiva ti abbia aiutato a superare quei momenti così difficili?

Sono convinta che il nuoto mi abbia formato caratterialmente, nel momento di difficoltà mi ha dato un grande insegnamento. Il nuoto, come tutti gli sport, richiede grande impegno e ore e ore di sacrifici. Quindi sì, posso dire che mi ha aiutato eccome. Uno sportivo ha la pellaccia!

Sacrifici che però non bastano per combattere una malattia come quella di Livia. Nasce così la raccolta fondi “BEAT THE BEAT” per sostenere la ricerca al cuore aritmico. Promotore Leonardo Fiori, che in veste di medico e di genitore ha deciso che bisogna fare qualcosa di più per questa malattia. Il cuore aritmico infatti è un problema che colpisce soprattutto gli sportivi e lo fa nella maggioranza dei casi, in maniera improvvisa e asintomatica, causando molto spesso la morte. Esempi clamorosi sono quelli dei calciatori Astori, Morosini o Puerta, e molto probabilmente anche lo stesso Eriksen, il cui esito è stato fortunatamente diverso. A cosa serve dunque la ricerca sviluppata dall’Università di Padova? A cercare un farmaco che blocchi la cardiopatia, visto che al momento esistono solamente farmaci che bloccano i sintomi. Una bella differenza!

La ricerca però in Italia, come ci racconta il dottor Fiori, è fortemente penalizzata: “ il percorso è lungo, a Padova siamo alla fase in vitreo, alla quale seguirà quella in vivo (sugli animali) per poi passare sugli esseri umani. Ovviamente servono fondi ma lo Stato li garantisce solo a risultati già certi, quindi da una certa fase di sviluppo della ricerca. Ma a noi quei soldi servono adesso, si tratta di una cifra tutto sommato irrisoria rispetto all’importanza di questa problematica, intorno ai 150 mila euro.”

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BEAT THE BEAT lotta per dare una speranza di vita migliore, e chissà anche ad una ripresa dell’attività agonistica: “ al momento non possiamo certo dirlo. A chi è affetto da questa malattia e fortunatamente sopravvive, viene impiantato un defibrillatore sottocutaneo per monitore il cuore ma l’attività agonista, almeno in Italia dove si ha molta cura nel concedere l’idoneità sportiva, non può riprendere. Certo con questo farmaco le possibilità di una ripresa ci sono, ma è ancora presto, il primo obbiettivo è bloccare l’avanzamento della malattia!”

Una malattia genetica, difficilissima da prevenire. Per questo serve anche tanta conoscenza, e uno degli obbiettivi della campagna di Livia è anche questo.Portare nell’ambiente sportivo la consapevolezza di questa problematica: “nessuno va mai a pensare al peggio. Invece dobbiam essere pronti a captare i segnali perché fortunatamente qualcuno c’è sempre. A livello di esami sarebbe opportuno fare una visita da un aritmologo, chiedendo nello specifico un controllo per questo tipo di aritmia. Insomma non una cosa scontata, soprattutto per uno che sta bene.”

Livia, torniamo a noi. Quanto è importante dunque questa raccolta fondi?

Moltissimo: papà si è informato parecchio sulla malattia, anche perché è davvero poco conosciuta. Attenzione non colpisce solo gli sportivi, ma essendo genetica chiunque ne può essere portatore. Ovviamente è più facile che colpisca qualcuno che sollecita il suo cuore fortemente come un atleta. Io ho avuto dei sintomi come ti dicevo, ma senza un esame più approfondito non ho potuto sapere cosa in realtà avessi. L’unico ad avere dei dubbi era mio papà!

Superato questo spavento, cosa ti resta della tua carriera da nuotatrice?

Da Esordiente B ero piuttosto scarsa, e anche nelle staffette ero sempre con le più deboli. Ricordo quindi la prima volta che feci la staffetta agli Italiani di categoria migliorando sei secondi, un’emozione grandissima. Era la prima conferma di quanto stessi crescendo. Poi sicuramente il Record Europeo, che non avevo assolutamente preparato e al quale non credevo nemmeno.

Ma su tutti l’esperienza in Nazionale, dove ho conosciuto moltissime persone, compagni e allenatori. Credo che sia proprio questa la cosa migliore che mi abbia lasciato il nuoto: aver conosciuto tante persone che adesso sono come una famiglia per me!

E se il mondo del nuoto ti ha dato così tanto, pensi di restituirgli qualcosa? Cosa farai nel futuro?

Non lo so! Ho appena finito la maturità ma ammetto che quello che mi è successo ha stravolto i miei piani. Prima avevo già tutto organizzato, adesso mi ritrovo un po’ spaesata. Mi sono iscritta ai test per Scienze delle Comunicazioni e Lettere, e per quanto riguarda la piscina non so, magari allenerò i più piccoli. Ma questa è l’estate post maturità e me la voglio godere, ci penserò più avanti.

E non è solo un’estate dopo la fine del liceo, ma sicuramente l’inizio di una nuova vita!

Lo è per Livia e lo potrà essere per tante altre persone, se anche noi faremo del nostro meglio per prevenire e sconfiggere la cardiopatia aritmogena!

BEAT THE BEAT!

BEAT THE BEAT!

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Foto: Fabio Cetti | Corsia4