Negli ultimi 15 anni il nuoto in vasca è stata la disciplina sportiva più inchiestata dalle ricerche scientifiche come dimostra la crescita significativa di articoli scientifici pubblicati.

Un tale aumento d’interesse è certamente dovuto alle modifiche apportate ai regolamenti, che sono state guidate da alcuni cambiamenti delle tecniche e delle tecnologie di nuoto. Tutto ciò ha indotto e ispirato nuove direzioni di ricerca.

L’esempio più evidente riguarda tutto il modo legato alla partenza, ovvero quella situazione tecnica che comprende la reazione dell’atleta al segnale di start, il distacco dal blocco di partenza e l’ingresso in acqua.

Proprio intorno agli anni 2010 è stato omologato un nuovo blocco di partenza (identificato come Omega OSB11), che oltre a essere inclinato come i precedenti presentava una parte posteriore rialzata con un’aletta.

Tale dispositivo ha permesso di esaltare al massimo delle potenzialità la tecnica di partenza nota come “track-start”, già presente nelle scene natatorie negli anni precedenti.

Per presentare lo scenario attuale su un argomento così evidente quanto ancora poco chiaro sotto alcuni aspetti ci siamo avvalsi di una review (disponibile al seguente link), in modo da cercare di focalizzare l’argomento in modo scientifico, sempre basato su evidenze.

Dalle analisi delle competizioni di alto livello effettuate negli anni sono stati estratti il tempo della partenza (dallo stacco dal blocco ai primi 15 metri di gara), i tempi di virata (7,5 metri prima e dopo il tocco al muro) e il tempo degli ultimi 5 metri di gara.

Alcuni studi più approfonditi hanno stimato in termini quantitativi il tempo impiegato nella fase di partenza al fine di valutare il suo reale contributo sulla performance complessiva. I risultati indicano che il tempo dei primi 15 metri può rappresentare un valore compreso tra lo 0,8% e il 26,1% del tempo totale di gara. Chiaramente tale percentuale è inversamente proporzionale alla lunghezza dell’evento agonistico in questione; la percentuale maggiore, quindi, riguarda le gare di sprint e così via.

Inoltre, indipendentemente dalla lunghezza della gara, la fase di partenza consente permette di raggiungere una velocità nettamente superiore a quella media nella fase nuotata vera e propria.

Tecniche di partenza ottimali consentono ai nuotatori di sfruttare la velocità generata nella successiva fase subacquea e sono in linea con il principio di efficienza che guida ogni fase dell’evento competitivo, e che condiziona fortemente la tattica di gara vera e propria.

Gli studi più recenti hanno ipotizzato che l’inizio della partenza abbia effettivamente inizio con la reazione al segnale acustico e non semplicemente con la spinta del blocco. Il denominatore comune a tutti gli studi è stato effettuare delle analisi cinematiche, in modo da quantificare così diversi parametri. Da tali indagini la fase macroscopica nota come partenza è stata divisa in singole fasi ben distinte tra di loro.

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Fase di spinta dal blocco

Da un punto di vista biomeccanico, sono state osservate molte differenze tra i nuotatori nell’affrontare questa fase. Il tutto varia a seconda della specialità.

Nelle distanze di sprint i nuotatori hanno bisogno di ruotare all’indietro per portarsi in posizione verticale, mentre gli specialisti delle distanze più lunghe devono concentrarsi sulla distanza percorsa in aria e sull’orientamento del corpo all’ingresso dell’acqua. Quest’ultimo aspetto non è solo una questione spaziale, ma anche una questione di cambiamenti motori durante l’intera fase di partenza.

Da questo punto di vista gli studi hanno dimostrato che due azioni distinte devono essere ottimizzate: una reazione rapida al segnale di partenza e allo stesso tempo riuscire a generare una forte componente impulsiva di forza da applicare al blocco.

Il tempo di reazione deve essere il più breve possibile, mentre il movimento si svolge sul blocco deve durare abbastanza a lungo per massimizzare la capacità del nuotatore impulso per raggiungere un’elevata velocità nella sua componente orizzontale.

Per migliorare questo aspetto specifico altri studi effettuati hanno evidenziato l’importanza di programmi di allenamento a secco basati sul metodo della pliometria (uno studio è disponibile a questo link).

Fase di volo

Durante questa fase i nuotatori devono saltare il più lontano possibile e percorrere la distanza massima alla velocità sviluppata durante la fase di spinta. L’ingresso in acqua successivo è stato definito come il momento in cui la mano infrange la superficie stessa. Questa definizione è ampiamente utilizzata per determinare la fine della fase di volo.

Riguardo alla fase aerea alcuni studi hanno riportato che la durata della stessa non è correlata al tempo totale di partenza, ma la distanza percorsa in volo è una delle variabili che determinano l’efficacia dell’intera partenza. Questo perché altri studi successivi hanno dimostrato i nuotatori devono anche generare un momento angolare sufficiente per poter perseguire un ingresso pulito nell’acqua, il che significa che hanno bisogno di un tempo sufficiente per ruotare durante il volo in modo da entrare in acqua formando un piccolo cerchio (rispetto alla superficie).

I nuotatori devono poi entrare in acqua con un angolo mantenuto durante la discesa dalla fase aerea.

Fase di ingresso in acqua (planata)

Data l’importanza di questa fase per l’intera partenza, alcuni autori hanno sviluppato metodi per quantificare la qualità della planata con coefficienti di resistenza utilizzando analisi fluidodinamica computazionale ricavando una variabile nota come “fattore di planata”. Si tratta della misura dell’efficienza della planata stessa che tiene conto degli effetti combinati delle forze resistive e della massa aggiunta.

La qualità della planata si misura così in termini della postura adottata e delle caratteristiche del flusso che si forma intorno al corpo del nuotatore. Il fattore di planata (espresso in metri) si ottiene quando un corpo che scivola (il nuotatore) ha una velocità iniziale di 2 m/s e decelera fino a 1 m/s in mezzo secondo. Questo fattore è legato alle caratteristiche corporee del nuotatore.

Le caratteristiche inerziali e resistive di un corpo aerodinamico influenzano fortemente l’efficienza di planata. Questa fase della partenza è probabilmente la più delicata. A dimostrazione di ciò uno studio effettuato sui ranisti (ricordiamo che nella rana è permessa un’ulteriore bracciata subacquea dopo la planata in oggetto). Uno studio ha scoperto che per la stessa velocità media di planata (1,37 ± 0,124 m/s) durante la partenza, i valori relativi alla planata prima della trazione subacquea consentita nella rana erano significativamente inferiori ai valori riscontrati nella planata successiva (conseguente alla trazione). Questi risultati hanno evidenziato che i ranisti tendevano a passare troppo tempo nella fase subacquea, perdendo così di efficienza.

Propulsione subacquea

I nuotatori devono gestire la planata, l’azione di gambe sott’acqua e infine la rottura della superficie d’acqua per poi iniziare la fase nuotata. Pertanto, la partenza in nuoto non è limitata solo alla spinta dal blocco e alle fasi aeree, ma continua fino a quando il nuotatore non riemerge e inizia a nuotare. Pochi studi hanno analizzato la fase subacquea della partenza anche se contribuisce per una distanza considerevole, in particolare nella rana.

Infatti, nonostante la scarsità di dati, gli autori riconoscono che il tempo della fase subacquea è fondamentale per ottenere una partenza efficace. Questa convinzione è stata espressa in uno studio che ha suggerito che il tempo tra l’ingresso dell’acqua e il limite dei 15 metri è la variabile più importante dell’intera fase di partenza. Degli studi hanno anche sottolineato l’importanza della relazione tra planata e gambata subacquea per riuscire a mantenere la velocità acquisita dalla partenza all’immersione. Altre ricerche hanno concluso che i nuotatori dovrebbero idealmente iniziare le gambate a delfino consentite dopo circa 6 m di planata (quindi dall’ingresso in acqua) e che tali colpi devono essere efficienti. L’organizzazione motoria durante la fase subacquea dovrebbe essere ottimizzata in relazione a questi parametri.

L’obiettivo principale della ricerca sulla partenza nel nuoto fino a oggi è stato identificare la tecnica più efficace da garantire un miglioramento della prestazione.

I profili emersi erano in linea con i due principali attributi di una partenza efficace: la conoscenza del quando smettere di scivolare e iniziare il movimento degli arti inferiori, e sapere quando effettuare il passaggio dall’ondulazione subacquea alla fase di nuoto completo.

Come notato in precedenza, la partenza nel nuoto, è una delle diverse parti costitutive di una gara e merita di essere considerata come un’abilità distinta, ma allo stesso tempo numerosi studi hanno scoperto che questa fase influenza la coordinazione durante le prime bracciate. Ciò è dovuto all’alta velocità acquisita nelle fasi descritte precedentemente e ai movimenti generati durante la propulsione subacquea.

Ogni fase della partenza nel nuoto deve essere attentamente coordinata per massimizzare il contributo alla performance complessiva. L’obiettivo non è altro che arrivare i più velocemente possibile alla fase di rottura della superficie dell’acqua e preparare al meglio la parte rimanente della gara, ovvero quella nuotata.

L’allenamento sul passo gara di qualsiasi gara andrebbe visto nella sua accezione più grande, includendo sempre anche questa fase esattamente come le varie frazioni di gara; tanto da condizionare fortemente il passo di gara stesso della prima parte di gara.

Se ci sono dubbi su come effettuare la prima parte di gara, ad esempio il passaggio di un 100, quel che è certo è sfruttare il più possibile un gesto tecnico che viene sempre effettuato da riposati, senza deficit energetici o presenza di metaboliti che limitano l’esecuzione dello stesso.

Per mettere in pratica quanto abbiamo discusso vi rimando al seguente video con l’intento di riuscire a migliorare la partenza.

Foto: Fabio Cetti | Corsia4

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