Bentornati a Fatti di nuoto Weekly, la newsletter settimanale che parla di nuoto e dintorni, con disincanto, leggerezza ed amore.

Come quello per Corsia4, che se non lo avevate notato, è risorto dalle ceneri.

– 121 A TOKYO

Tra le varie cose che il Covid-19 ci ha tolto, c’è la possibilità di assistere alla rivalità più interessante degli Assoluti 2021, cioè lo scontro tra Martina Carraro e Arianna Castiglioni per un posto olimpico nei 100 rana. La nuotatrice varesina ha contratto il virus, purtroppo dopo aver ricevuto la prima dose di vaccino, e dovrà quindi saltare le gare di Riccione, lasciando di fatto via libera a Carraro che, anche giudicando gli ultimi test, sembra in grado di nuotare il limite che le permetterebbe di volare a Tokyo insieme a Benedetta Pilato (già qualificata in virtù del tempo ottenuto agli Assoluti di dicembre).

Una brutta tegola per Castiglioni (foto di copertina), che ha dichiarato di non essersi mai sentita così bene in allenamento ed anche in gara, e che di sicuro avrebbe meritato di giocarsi le proprie possibilità in vasca.

Peccato.

PROFESSIONISMO E LONGEVITÀ

Non farà gli Assoluti nemmeno Fabio Scozzoli, che però mi ha detto di non pensare minimamente al ritiro, confermando una tendenza che nello sport in generale, e ora anche nel nuoto, vede sempre più professionisti allungare le proprie carriere, spesso anche con successo. Il caso di Tom Brady è il più eclatante, dato che il quarterback ha vinto dai 40 in su gli stessi Super Bowl che aveva vinto dai 30 ai 39, e in molti altri lo seguono negli sport di squadra.

Una volta nel calcio questa longevità era riservata ai portieri, ma ora sono sempre di più i giocatori di movimento che giocano ancora nei 30 inoltrati (Ibrahimovic, Ronaldo, prima ancora Maldini), mentre nel tennis i Big Three – Federer, Nadal, Djokovic – dominano da 15 anni ed hanno fatto invecchiare un’intera generazione di tennisti senza fargli (quasi) mai vincere uno slam. Gli esempi sono sempre di più e sempre più vari gli sport dove trovarli, (LeBron James, Kimi Raikonnen, Valentino Rossi) ed inizia a diventare interessante interrogarsi sulle ragioni di tali scelte.

Cercando di generalizzare, credo che il concetto di professionismo abbia molto a che fare con questa tendenza. Professionismo inteso innanzitutto come interpretazione dello sport sempre più professionale, scientifica e tecnologica: la cura del proprio fisico, considerato dagli atleti di élite un vero e proprio strumento, della propria routine quotidiana, dell’attenzione all’alimentazione e alla salute psicologica, sono aspetti che negli ultimi 10 anni hanno totalmente modificato le abitudini degli atleti, portandoli ad un grado di consapevolezza incredibilmente elevato.

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Non è più strano sentire un nuotatore come Scozzoli parlare del proprio infortunio con la preparazione di uno studente di medicina, ma è invece diventato molto raro vedere un atleta professionista che fuma una sigaretta (come magari era normale per un calciatore venti anni fa) o che ha abitudini alimentari estreme.

Professionismo inteso anche come possibilità di far diventare il proprio sport un lavoro a tutti gli effetti: anche se, legalmente parlando, solo i calciatori e pochi altri sportivi possono dichiararsi dei professionisti veri e propri (con buste paga da lavoratori subordinati e diritti acquisiti simili ad un qualsiasi impiegato), sono sempre di più i nuotatori che vivono del loro sport, grazie ai contratti con i gruppi sportivi militari ed alla rete di sponsorizzazioni che sono stati in grado di crearsi. Usciti da questo annus horribilis, capiremo se la strada tracciata potrà essere percorsa con successo (per esempio, avremo una season 3 di ISL?).

Nel nuoto, come in tutti negli sport di prestazione puri, questo processo di longevità è decisamente più complicato, perché può essere pesantemente influenzato dagli infortuni e dal deterioramento del fisico. Se un calciatore può tentare di modificare il suo gioco anche in funzione della sua età, nel nuoto conta solo il cronometro. Mantenersi ad alti livelli non è affatto semplice: c’è chi ci riesce – Federica Pellegrini, Nicholas Santos – e chi ci prova – Filippo Magnini, Ryan Lochte – ma il dato di fatto è che smettere intorno ai 30 non è più la regola ferrea.

VARIE DAL MONDO

Oltre ai risultati del Golden Tour di Marsiglia, ciò che mi ha più impressionato nel weekend rimane il pazzesco 100 farfalla (yards) di Maggie MacNeil, che a questo punto, complice anche l’infortunio di Sjöström, è la favorita numero uno per Tokyo, dove potrebbe confermare l’oro di Gwangju 2019 in una delle gare (i 100 farfalla donne) più interessanti del programma.

Ci sarebbe poi il 200 farfalla di Kristóf Milák, in 1’51″40 (24″37 – 52″73 – 1’21″49), che fatto a marzo fa onestamente paura.

L’Argentina ha vinto la classifica del campionato sudamericano di nuoto dopo 55 anni, trascinata dagli ori di Delfina Pignatiello (2) e Julia Sebastian (2 individuali, 1 staffetta), battendo il Brasile nella classifica a punti (non nel medagliere). Non sono mancate comunque le polemiche in patria, dove alcuni giornali hanno smorzato l’entusiasmo ridimensionando le vittorie dei nuotatori argentini, ottenute con tempi che a livello internazionale valgono poco. Qui li trovate, ed è vero che nella maggioranza dei casi si tratta di crono di basso livello. Gli atleti hanno protestato, parlando di trionfo che è comunque storico e positivo per il movimento, i giornalisti hanno risposto, rivendicando il diritto di raccontare tutti i lati della storia.

Hanno ragione entrambi, ed è una situazione che spesso ci ritroviamo anche in Italia. Serve probabilmente un salto di qualità nel racconto del nuoto, come di tanti altri sport, dove un risultato negativo messo su un giornale non deve essere per forza interpretato come un insulto, a patto che venga riportato ed analizzato con onestà e competenza e non come semplice tentativo di acchiappare click.

A mercoledì prossimo!

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Foto: Fabio Cetti | Corsia4

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